martedì 2 agosto 2011

Carceri sovraffollate l'amnistia non basta

Articolo di Roberto Martinelli pubblicato su Il Secolo XIX, il 02/08/2011



La recente fiaccolata serale organizzata dai Radicali davanti al carcere di Marassi ha riproposto il tema del grave sovraffollamento penitenziario.
Non è mia competenza dire se possa essere l'amnistia che fortemente invocano i Radicali, e Marco Pannella in particolare (che è arrivato ad attuare la protesta estrema - pacifica e non violenta dello sciopero della fame e della sete), la panacea di tutti i mali. Certo è che se, come è avvenuto per l'indulto del 2006, al provvedimento di legge non segue parallelamente un complessivo ripensamento del sistema sanzionatorio in Italia ci troveremmo punto e a capo in poco tempo.
Lo insegna proprio l'esperienza dell'indulto del 2006, del quale beneficiarono oltre 35 mila persone, un terzo delle quali rientrò nelle patrie galere in brevissimo tempo.
È del tutto evidente che se chi esce dal carcere non ha prospettive per entrare consapevolmente in un circuito sociale di legalità e una vera e propria volontà di cambiare vita, nel 90 per cento dei casi torna a delinquere.
A mio avviso bisognerebbe ripensare il carcere e realizzare un nuovo ruolo per l'esecuzione della pena in Italia, che preveda circuiti penitenziari differenziati e un maggiore ricorso alle misure alternative attraverso, da un lato, un carcere invisibile sul territorio cui affidare tutti coloro che commettono un reato che non crea allarme sociale e, dall'altro, un carcere di massima sicurezza, per i 41 bis o comunque riservato ai soggetti che si macchiano di gravissimi reati.
Bisognerebbe pensare un carcere che non peggiora chi lo abita, non lo incattivisce, non crea nei suoi abitanti la convinzione di essere una vittima: questi risultati si possono realizzare con il coinvolgimento del sociale ma soprattutto con il lavoro durante la detenzione, anche attraverso progetti concreti per il recupero ambientale del territorio, che abbatta il fenomeno dell'ozio in carcere. In questo contesto si dovrà delineare per la Polizia penitenziaria un nuovo impiego e un futuro operativo, al di là delle mura del carcere, parallelamente all'affermarsi del suo ruolo quale quello di vera e propria polizia dell'esecuzione penale. Donne e uomini con il Basco Azzurro che nel contesto sovraffollato delle carceri italiane, liguri e genovesi, svolgono un lavoro particolarmente stressante e duro.
È utile ricordare gli eventi critici occorsi in carcere nell'ultimo anno per comprendere cosa intendo dire. Nel 2010, nelle sovraffollate carceri liguri, 23 detenuti hanno tentato il suicidio, 220 hanno compiuto atti di autolesionismo, 61 hanno posto in essere i ferimenti: 2 sono stati i suicidi e 5 le morti per cause naturali.
Quasi 1.500, infine, sono stati i detenuti coinvolti in manifestazioni su sovraffollamento e condizioni di vita intramurarie, proteste che si sono concretizzate in scioperi della fame.
Roberto Martinelli è segretario generale aggiunto Seppe, Sindacato autonomo polizia penitenziaria

Fonte: http://www.radicali.it/

Marassi: sale la tensione


Violenza in carcere, a Marassi un marocchino aggredito da 8 italiani e un tentato suicidio


Genova. “Ieri intorno alle 14  nel carcere genovese di Marassi, un detenuto marocchino (K.M), ristretto presso la sesta sezione è stato aggredito violentemente da 8 detenuti di origine italiana presso la sala socialità. Fondamentale il tempestivo intervento degli agenti della polizia penitenziaria che hanno sottratto il detenuto marocchino alla violenza degli aggressori. Inoltre nella stessa sezione un altro detenuto, anch’egli di origini magrebine, ha tentato di togliersi la vita tramite impiccagione. Ancora una volta una vita è stata salvata dal Poliziotto Penitenziario di turno. Questo tourbillon i di eventi critici all’interno di Marassi di rischiano di mandare in Tilt l’intero sistema e rendere impossibile la gestione e il controllo del personale di polizia penitenziaria Polizia Penitenziaria”.
A dichiararlo è il Segretario Regionale Uil Penitenziari Liguri, Fabio Pagani, che preoccupato aggiunge: “L’ istituto ospita circa 790 detenuti, quasi il doppio della capienza massima prevista (435) . Il caldo, le celle sovraffollate (anche 8 detenuti in meno di 20 mq), le gravi carenze organiche nelle fila dei baschi blu ( – 150 unità), la costrizione all’ozio della quasi totalità dei detenuti, la mancanza di risposte concrete rendono incandescente e pericolosa la situazione all’interno del carcere genovese . Purtroppo si continuano ad ammassare persone nelle celle sovraffollate alimentando disumanità ed inciviltà. In questo quadro desolante – conclude Pagani – i poliziotti penitenziari continuano a prestare, tra innumerevoli difficoltà, la propria opera riuscendo a salvare l’ennesima vita umana”.
» Redazione
fonte: http://www.genova24.it/

lunedì 1 agosto 2011

PRESIDIO AD OLTRANZA DAVANTI A MONTECITORIO


Se carcere fa rima con mistero

Quella morte di Federico Aldrovandi, quel giovane riverso a terra, le mani ammanettate dietro la schiena, esanime.


Quel corpo prosciugato, quella maschera di ematomi sul viso, un occhio aperto, quasi fuori dall'orbita. 
 Quelle urla di Giuseppe Uva, dentro la caserma dei carabinieri di Varese. 
Quelle sue foto col pannolone da adulto incontinente, imbrattato di sangue.
Quelle facce gonfie, viola, i rivoli di sangue.
 E tutte le altre storie, rimaste ignote, oppure richiamate da un trafiletto di giornale, e già dimenticate. Giovanni Lorusso, Marcello Lonzi, Eyasu Habteab, Mija Djordjevic, Francesco Mastrogiovanni. E molti altri. 
In Italia in carcere si muore. Alcuni sono suicidi, alcuni no.
 E si muore durante un arresto, una manifestazione di piazza, un trattamento sanitario obbligatorio.
 Dietro le informazioni istituzionali spesso c'è un'altra storia.
Un uomo che muore in carcere è il massimo scandalo dello Stato di diritto. «Quando hanno aperto la cella» ce lo racconta. Luigi Manconi e Valentina Calderone ascoltano, raccolgono e portano alla luce storie di persone - spesso giovani - che entrano nelle carceri, nelle caserme e nei reparti psichiatrici e ne escono morte. 
In ognuna di queste morti, la morte dello Stato di diritto. Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l'università Iulm di Milano. È stato senatore della Repubblica, sottosegretario di Stato alla Giustizia e garante dei diritti delle persone private della libertà per il Comune di Roma. È presidente dell'associazione «A buon diritto». Valentina Calderone, laureata in Economia, svolge attività di ricerca presso la stessa associazione e coordina i siti internet innocentievasioni.net e italiarazzismo.it.


fonte: Il Tempo .it

domenica 31 luglio 2011

”Non lo voglio io, lo vuole lo Stato e voi tutti dovete obbedire”.



Il corpo di polizia penitenziaria rappresenta l’interfaccia tra lo Stato ed i detenuti, tra il rigore e la severità nel rispetto delle leggi e la fragilità e la precarietà di una condizione umana di grande disagio e di restrizione.
Ricordo il primo giorno, alla prima ora d’aria, l’addetto alla sorveglianza giustificarsi di alcuni divieti senza senso, nel richiamarsi solennemente allo Stato e alle sue regole, del quale egli si sentiva evidentemente un umile, quanto efficace, servitore.
”Non lo voglio io, lo vuole lo Stato e voi tutti dovete obbedire”.
La libertà e la salute sono i beni supremi dell’uomo e quando sono compromessi l’individuo si sente smarrito.
Negli ospedali, dove a vacillare è la salute, gli infermieri rappresentano l’equivalente dei secondini, ma i primi si configurano agli occhi del malato come un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi fiduciosi e sono pervasi da una volontà di aiuto e di donazione sconosciuti ai secondi, i quali interpretano il loro impegno in maniera diametralmente opposta, applicando pedissequamente un regolamento in alcuni passi di ottusa severità e penosamente coercitivo, dando così luogo ad un pessimo rapporto di tipo autoritario con i sottoposti e soffocando l’atmosfera boccheggiante che si respira nei nostri penitenziari, nei quali per migliorare la vivibilità bisogna agire più sull’uomo che sulle strutture.
Le mie conclusioni sono state formulate dopo pochi giorni di esperienza, per cui dovrebbero avere un valore probatorio trascurabile, ma sono suffragate dall’esperienza dei tanti detenuti che mi hanno confidato i loro lunghi anni trascorsi in svariati luoghi di pena della penisola, dove il rapporto di presunta sudditanza è costantemente vissuto con malinconica rassegnazione.
Spesso anche negli ospedali, prevalentemente al sud, vi è la consuetudine, segno di pessima educazione, da parte del personale medico e paramedico di dare del tu al paziente, ma a volte in questo eccesso di confidenza vi è anche lo scopo di familiarizzare con il malato e di accollarsi parte delle sue sofferenze; a Poggioreale, viceversa, il tu sistematico ed è lo specchio di una subordinazione assoluta che il Potere… vuole infliggere al detenuto. Non credo che la legge o i regolamenti carcerari diano precise istruzioni in materia. Sono o dovrebbero essere lontani i tempi del Fascismo, quando s’imponeva ai cittadini l’uso del voi, mentre il lei, come magistralmente ci ricordava Totò, era stato abolito.
Sembra una questione secondaria che forse ha toccato solo la mia sensibilità, ma vi assicuro, essere chiamati sprezzantemente col tu da un figuro forse in possesso della licenza media, quando si hanno alcune lauree, provoca una mortificazione ed un senso di perdurante impotenza che non facilita l’instaurarsi di un rapporto con il personale di custodia, il quale dovrebbe essere sereno e di fattiva collaborazione.
Sentivo i miei compagni di cella, nei rari casi di necessità, chiamare le guardie pomposamente “assistente” e sorridevo sardonico, perché mi sembrava un titolo inutilmente adulatorio, ma quando è capitato a me di dovermi rivolgere loro non ne ho trovato uno più appropriato.
L’impressione negativa che ho maturato sul comportamento del personale di custodia ha come sempre le sue eccezioni, tra le quali rammento volentieri “Baschillo”, un agente soprannominato in tal guisa per l’insolita abitudine di tenere il basco d’ordinanza nei galloni della spalla sinistra; un personaggio di grande umanità e simpatia da me incontrato spesso nella zona dedicata ai colloqui con l’avvocato. Più di una volta è capitato, se eravamo da soli, che m’invitasse a camminare più lentamente, affinché potessimo scambiarci qualche confidenza e potesse chiedermi qualche consiglio medico o di vita.
Rammento la luce che comparve gioiosa nei suoi occhi quando gli dissi che lo avrei ricordato nelle pagine del mio libro.
Personalmente, per una patologia al tallone, avevo un permesso medico, segnato sulla cartella clinica, di poter circolare con dei sandali aperti al posto delle scarpe. Almeno cento volte sono stato richiamato e ho dovuto spiegare la situazione, trenta o quaranta volte sono stato ripreso perché mettevo la mano in tasca, una cosa ritenuta molto grave, indice inequivocabile di comportamento strafottente e bisognava umilmente giustificarsi con la necessità di prendere il fazzoletto per una rinite allergica, la quale non mi ha lasciato in pace un minuto; credevo inoltre che le mani dovessero tenersi dietro la schiena nel camminare o al passaggio delle guardie, mi sbagliavo ed anche per questo sono stato ammonito, alla fine non sapevo dove metterle.
A me francamente tutti questi richiami, ossessivi e ripetitivi, sono sempre sembrati delle inutili stronzate, forse previste dal regolamento, ma allora bisogna impegnarsi a cambiarle quanto prima queste norme ottuse ed inutilmente persecutorie.
Un infermiere, per ritornare al paragone iniziale non si permetterebbe mai di redarguire un paziente ed in queste apparenti inezie vi è la sostanziale differenza tra assistenza (ma non li chiamiamo così, assistenti? E pare sia di loro gradimento) e la petulante imposizione di astratti comportamenti.
Nell’immaginario comune i carcerati sono configurati con un più o meno elegante abito a strisce, una sorta di pigiama fin de siecle, viceversa è concesso vestirsi con una certa libertà, non certo in calzoncini e canottiera, ma abbastanza casual, gli agenti, non parliamo poi dei graduati, hanno invece l’obbligo di vestire in maniera molto severa e coprente, con baschi e cravatte, per cui anche loro sono costretti a soffrire il caldo e più di uno, in gran segreto, mi ha pregato di segnalarlo.
Probabilmente si riuscirebbe ad ottenere una migliore e più gradita vivibilità cambiando qualche passo del regolamento penitenziario, più che avventurandosi in faraonici e dispendiosi programmi di ristrutturazione dei bagni penali.
I direttori possono di loro iniziativa prendere qualche provvedimento, anche se le norme sono farraginose e la possibilità di variarle da parte dei funzionari è modesta; Come appare lontana la pur vicina geograficamente Svizzera, dove, in particolare nel Canton Ticino, grazie ad una politica federale che privilegia l’autonomia e quindi anche il decentramento nel settore dell’esecuzione delle condanne, si è riusciti a trovare una soluzione a molti problemi, incluso quello fondamentale dell’affettività in carcere, privilegiando il contatto diretto con le persone care. E questo a partire quasi subito dopo l’inizio dell’esecuzione delle sentenze.
Sembra fantascienza ma è realtà, ritorneremo sull’argomento nell’appendice quando parleremo di Amore al tempo della galera.

Fonte : Le tribolazioni di un innocente - Breve ma intenso viaggio nell'inferno del carcere di Poggioreale - di 

                                                                                                                        Achille della Ragione



Ecco perchè sono per l'amnistia


Amnistia
perché sono favorevole
5 milioni di processi rischiano la prescrizione, l'amnistia almeno ne salverebbe qualcuno
L'amnistia estingue sia il reato sia la pena, cosicché il certificato penale dell'imputato rimane immacolato. È prevista dall'art. 151 del codice penale e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire il reato. Si tratta di un provvedimento di clemenza ispirato, almeno originariamente, da opportunità politica e pacificazione sociale, ma a volte diventa strumento di sfoltimento delle cause pendenti e delle carceri. Spesso l'amnistia è concessa a prescindere dal tipo di reato e guardando solo alla pena massima prevista, cosa che ritengo ottimale e giustissima; ma di recente si tendono a escludere alcuni reati che, pur rientrando negl'anni di pena aministiabili, si suppongono più gravi di altri o meno tollerabili dall'opinione pubblica.
Non che si voglia compiangere l'amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, un vero e proprio colpo di spugna sui crimini fascisti, ma oggi il vero problema è che bisogna decidersi: o si continua a essere puri e duri, a volere la certezza della pena, il carcere punitivo, i delinquenti tutti alla sbarra e una società intollerante... oppure si ragiona secondo logica.
Mi spiego: l'Italia ha il più alto numero di articoli del codice penale al mondo (ad oggi: 734 solo nel primo Libro , "dei reati in generale", e i Libri sono tre). Questo significa che la convivenza italiana è spulciata nei minimi particolari, vuol dire che il legislatore ha la volontà di entrare nei minimi meandri della vita e dei comportamenti dei cittadini, e quindi vuol dire che molti, forse troppi, comportamenti sono considerati così gravi da necessitare un articolo di codice penale. Un esempio per tutti: l'autocalunnia, art. 369, è punita fino a 3 anni di galera e consiste nel dichiararsi colpevole di un reato che si sa di non aver commesso... A me, più che un crimine, sembra invece, a seconda del contesto, una pagliacciata, una cretinata, una pazzia, una goliardata, una battuta. Non danneggia nessuno in nessun modo, perché merita la galera? Nel 1858, John Stuart Mill pubblica il Saggio sulla libertà. In esso è formulato l’harm principle (principio del danno): lo Stato è legittimato a intervenire per regolare la condotta dei cittadini solo quando le loro azioni danneggiano altri cittadini. Non mi pare proprio che questo saggio consiglio sia rispettato oggi, in piena epoca di dogmatismi e di finte indignazioni che fanno da retroterra a invenzioni legali molto discutibili che fanno pensare allo sfogo di fobie, per lo più sessuali, di qualche legislatore. Oltre tutto, l'eccesso di articoli penali aumenta la probabilità che qualcuno confligga con altri, si contraddica o crei paradossi: famigerato quello relativo agli abusi sessuali, che in alcuni casi implicano una pena simile a quella prevista per l'omicidio involontario; la qual cosa induce il violentatore a uccidere la vittima, giacché rischia lo stesso ma migliora la probabilità di non venire scoperto. 
Un processo penale costa soldi, tempo, fatica e risorse. È immorale attivarlo per "crimini" diventati tali solo per una puntigliosità del legislatore, oppure per non aver aggiornato un comportamento ai tempi, o anche per aver riversato troppa moralità nell'ispirazione di un reato. Il processo è una macchina che, una volta messa in moto, quasi sempre non si ferma più fino alla sentenza definitiva. E per metterla in moto, non poche volte basta la decisione di un magistrato che appone una firma su un pezzo di carta. Quella firma, a seconda dei casi, può voler dire una o più vite stracciate in un attimo senza che neppure ci sia ancora la prova della colpa di cui si è accusati.
Questo modo di procedere è primitivo assai, è basato su princìpi grezzi, si avvale di tecniche elefantiache e di sistemi peggio che artigianali. La vita di un uomo si affida leggiadramente a pacchi di documenti spesso abbandonati nei corridoi dei tribunali, si affida il suo futuro a umili impiegati che possono essere distratti e incapaci, e quindi fare danni inimmaginabili. E non si può escludere che avvocati, procuratori e giudici non siano sempre perfetti e obiettivi anziché inquinati da ideologie proprie, da interessi e da emozioni. Il codice penale può essere in balia dei tempi, delle attenzioni sociali che mutano e si trasformano, e che dobbiamo sperare che non diventinoparossismi e fobie. Poi magari si cerca di ricucire gli strappi e si vara un indulto che vanifica l'80% dei processi, vale a dire quelli la cui pena prevista arriverà fino a 3 anni.
Con quale spirito di giustizia e con quale serietà un qualunque magistrato fin d'ora celebra processi che già sa non approderanno mai all'applicazione ? Processi "tanto per farli", la cui eventuale condanna (fino a 3 anni) non sarà mai trasformata in carcere...      
I processi pendenti, attualmente, superano la cifra di 5 milioni ! Ciò vuol dire che hanno bisogno di circa 20 anni per essere svolti e portati a termine... Domanda: in quante prescrizioni essi moriranno? Quasi tutti rischiano la prescrizione, chi naturalmente (difficile che un processo termini prima dei 7 anni sufficienti alla prescrizione), chi per la bravura e gli escamotages degli avvocati. Quindi è già in atto un paradosso: l'indulto ha risolto l'"emergenza" ma non ha risolto il fondamento del problema, che è quello di rendere certa la pena che invece, con la prescrizione, diventa una bluff. Insomma, il problema non è arrestare "i cattivi" ma decongestionare i tribunali per permettere ai magistrati di concentrarsi sui processi con un minimo di speranza di fare giustizia e non su quelli già destinati alla prescrizione. Ecco perché la soluzione è senza dubbio l'amnistia giacché, assieme alla pena, si estingue anche il reato, e quindi si alleggerisce e si razionalizza il lavoro dei tribunali; non a caso, nella storia patria sarebbe questa la prima volta che c'è l'uno senza l'altra.
Oggi - novembre 2006 - dopo l'indulto si parla di amnistia (la propone il Consiglio Superiore della Magistratura), ma già s'odono iniet politici ansiosi di assecondare il facile dissenso popolare. Probabilmente, proprio per questo, l'amnistia non ci sarà. Ma il dissenso popolare è troppo facile da innescare, basta prospettare alla gente pericoli e disastri e il gioco è fatto. La gente è molto ricettiva a suggestioni elementari quali "i reati si devono punire" e "i criminali devono andare in galera". Sennonché comprende molto peggio o per niente che questi possono essere slogan e teorie e che la realtà è diversa ed è più complicata.
Le carceri sono quelle che sono: sia in termini di spazio che in termini di soluzione. Costruirne ancora non è cosa facile, ma soprattutto va contro alla mutata idea dell'espiazione, che col carcere non si attua per niente. A giudicare dal tasso di recidiva, coloro che tornano a commettere il reato per cui hanno già pagato sono ancora troppi. E (anche) questo significa che la pena del carcere non ha svolto alla sua funzione, mentre di certo non significa che il carcere non fa abbastanza paura.
Una valida alternativa alla galera ancora non c'è; ma del resto neppure nel medioevo c'era l'alternativa al menestrello, ciononostante è arrivata la stampa, il cinema, la tv, internet. Si tratta solo di aspettare che quel bizzarro mix di camminata fisica e mentale, culturale e scientifica, morale e filosofica che si chiama esistenza, approdi a consapevolezze nuove, inaspettate e mai sperimentate prima.
Quel che possiamo fare è cercare di sveltire il processo, mentre altri possono parimenti frenarlo. L'evoluzione si può frenare in molti modi, anche impedendo al crimine di esprimersi compiutamente: non ci si sofferma a rifletterci, ma il palcoscenico migliore acciocché l'evoluzione si compia è marziale, istintuale, dove le "fiere", bestie o umane che siano, si azzannano per sopravvivere. Se al naturale processo di selezione si frappone il cuscinetto della regolarità e della pace sociale, non ci sarà più necessità di prevalere sugl'altri perché la propria sopravvivenza è protetta dall'esterno. Ciò comporta un blocco dei processi di adattamento, giacché le specie e gli individui meno adatti non soccombono più, come esige la Natura, ma resistono e alla fine prevalgono sul modello più forte. Risultato: una umanità sempre più debole e involuta dove la direzione del cammino esistenziale non percorrerà più i binari della selezione naturale ma quelli delpotere. Per cui il problema sarà chiedersi: chi gestisce il potere? E secondo quali criteri il potere decide la direzione di marcia?  
La base del reato è la colpa, e la base della colpa è il pensiero religioso. Ma noi (per dire i cittadini, e ancor più il loro governo) non dobbiamo essere "religiosi", dobbiamo essere laici. Dobbiamo ragionare in termini di efficienza, di efficacia, di minimo danno. E non in termini di peccati, di offese a dio, di inferno e paradiso, di bene e male. Un omicida ha una spiegazione sempre diversa da quella per cui viene condannato; un rapinatore è mosso da stimoli diversi che non la solita cattiveria criminale; uno stupratore ha un passato psicologico che l'accusa ignora; perfino un terrorista ha una motivazione politica e ideologica che i tribunali non possono e non vogliono comprendere. A ben vedere, i cosiddetti criminali non commetterebbero alcun delitto se venissero a mancare le motivazioni di fondo, se venissero a mancare gli stimoli scatenanti, le condizioni favorenti. È un discorso criticabile e forse anche zoppo. Ma non un pensierodebole. Discutendo sopra le righe, se immaginiamo una società perfetta in cui ogni ingiustizia fosse assente o sopportabile, in cui tutti fossero soddisfatti e tutti avessero un ruolo gradevole e ben pagato, i reati sarebbero di più o di meno? Non zero ma sicuramente di meno; e ciò porta a concludere che una parte della responsabilità sulle cause scatenanti il delitto sia addebitabile alle imperfezioni della società. E giacché molte di queste imperfezioni in forma "sociale" non le possiamo o non le sappiamo risolvere, non facciamo altro che traslare quelle responsabilità su un "colpevole" in forma umana.
Chiamiamo giustizia quel che è solo vendetta sociale, e la perfida soddisfazione di aver arrestato e condannato un criminale dura poco, comunque molto meno della condanna. Ma perché mai, per distribuire queste miserevoli soddisfazioni, uno Stato dovrebbe ingabbiarsi da solo nei numeri mostruosi dei processi, nelle lungaggini asfissianti della burocrazia, nella incertezza della pena diventata standard? "Onorando" tutti i crimini con un processo, forse si alimenta l'ideologia giustizialista, ma di sicuro si depaupera il senso stesso dell'attività giudiziaria; lo si depaupera attraversando eoni fra l'accusa e la condanna definitiva, quando l'ex indiziato ora colpevole può non essere più la stessa persona; lo si depaupera per lo sgretolarsi del pathos iniziale a fronte di sovvenuti mutamenti sociali; lo si depaupera perché si prende coscienza che anche un processo penale è fatto da uomini che vivono, che prendono decisioni relativistiche, che condividono con tutti gli altri uomini questo pezzo di roccia che è il nostro mondo, e che, misteriosamente, sono tutti, nessuno escluso, legati da una comune condanna a morte.
Ecco, finalmente, perché sono per un'amnistia. 


fonte:
www.calogeromartorana.it/amnistia.htm




LETTERA APERTA DI ILARIA CUCCHI


30 luglio 2011

Il processo e’ fermo.
Ci sono le ferie.
Sono stanca, arrabbiata, delusa.
Io rivoglio Stefano
Rivoglio mio fratello. Rivoglio il suo sorriso, le sue pazzie, i suoi problemi, le sue angosce, rivoglio i suoi dolori ed i suoi tradimenti….
Rivoglio mio fratello e ed il figlio dei miei genitori.
Lo rivoglio e basta! Pacchetto completo di tutto!! Nel bene e nel male!
La Giustizia.
Ma quale giustizia? Ce l’ha portato via uccidendolo in modo atroce, lento, spietato ed inesorabile.
La giustizia lo ha ignorato. Giudice e pm non lo hanno nemmeno guardato in faccia.
Non ricordano, loro, ma noi si.
Albanese senza fissa dimora. Questo per loro era Stefano. Albanese senza fissa dimora.
Stava male e si e’ persino scusato.
Nessuno se ne e’ accorto, nessuno.
Nessuno ricorda, della giustizia, nessuno.
Pestato dentro il tribunale di Roma. Questa e’ la Giustizia.
Carcerato abbandonato al suo destino di sofferenze atroci ed in solitudine fino alla morte.
Ma il giudice della convalida d’arresto non ricorda e sbaglia al processo il giorno della nostra disperata richiesta di poterlo vedere.
Non ricorda il Giudice, non ricorda Stefano, non lo ricorda nemmeno il pubblico Ministero.
Stefano in Tribunale ha chiesto aiuto. E’ stato ignorato, scambiato per albanese senza fissa dimora. Ucciso.
Cara signora Giustizia noi lo rivogliamo con tutti i suoi problemi, ma lo rivogliamo indietro!
Lei non aveva il diritto di trattarlo in quel modo, Lei che si vanta di essere giusta ed uguale per tutti, non ne aveva il diritto.
Ora abbiamo un processo dove tutti si occupano di lui. O fanno finta.
Ora abbiamo il processo.
Ma il ministro della Giustizia sa cosa vuol dire per noi “persone offese” questo processo?
Io mi chiedo…lo sa?!
Sa il signor Ministro quanto costa per noi questo processo?
Decine di udienze dove si discute degli “eritemi”sul viso martoriato di Stefano!?
Quando non vengono chiamati eritemi vengono definìti, nelle domande sempre uguali dei Giudici, “occhiaie”. Lo sa il signor Ministro che non si possono fare domande agli specialisti chiamati per esprimersi sulle possibili complicanze delle fratture alla schiena subite da Stefano, che riguardino le valutazioni che espressero in quel momento? Quando mio fratello era vivo e poteva parlare? Non si può perché spetta ai signori consulenti del pm dire che Stefano Cucchi, su quel letto sofferente e morente, in realtà non aveva nulla se non modeste lesioni “lievi”.
Lo sa il signor Ministro come ci sentiamo noi cittadini famigliari di fronte a questi mille cavilli che danno luogo più ad una rappresentazione teatrale che a quello che noi pensavamo essere un processo?!
Noi abbiamo visto partire Stefano Cucchi per il tribunale di Roma sano ed in perfette condizioni di salute e nel tribunale di Roma Stetano e’ stato ucciso.
Questo noi sappiamo.
Lo sanno i famigliari tutti.
Lo sanno quelli che tutte le mattine lo vedevano correre.
Lo sanno quelli che lo hanno visto in palestra allenarsi fino all’ultimo giorno, quello dell’arresto.
Lo sa il barista del cappuccino di tutte le mattine.
Lo sa il benzinaio dove si fermava sempre.
Lo sa lo spacciatore che gli ha dato tutta quella droga che aveva.
Lo sa il prete che lo vedeva a messa tutte le mattine.
Lo sanno i carabinieri che lo hanno arrestato.
Lo sanno coloro che lo hanno pestato a morte.
Lo sanno tutti.
Solo al processo si fa finta di nulla.
Ora ci vogliono togliere pure questo bislacco ed irrispettoso processo.
Non bastava la legge che avrebbe vietato la pubblicazione di foto ed atti giudiziari, che ci avrebbe impedito di denunciare pubblicamente il caso terribile di Stefano.
Ora mi dicono che i difensori degli imputati potranno aggiungere migliaia di testimoni al processo obbligando i Giudici a distrarre la loro attenzione dagli eritemi ed occhiaie all’ ascolto di tutti i testimoni a loro piacimento.
Il processo non avrà fine.estenuante e tutto a nostro carico
Io non voglio più questo terribile indegno processo, rivoglio da lei sig. Ministro la vita di mio fratello.
Se ne faccia carico perché e’ la sua Giustizia che lo ha ucciso.
Altrimenti si abbia il coraggio di dire senza alcuna ipocrisia che e’ giusto che sia morto perché la sua vita non valeva nulla .
Questo e’ successo e questo e’ ciò che ci viene riservato
Con rispetto
Ilaria Cucchi