mercoledì 3 agosto 2011

E in carcere si muore ancora


Detenuto 36enne si suicida a Capanne col gas 
La drammatica situazione delle carceri umbre

I precedenti nell'istituto perugino e a Spoleto

Detenuto 36enne si suicida a Capanne col gas <br/ >La drammatica situazione delle carceri umbre
Nuovo suicidio nelle carceri umbre
di Iv. Por.
Un nuovo suicidio nelle carceri umbre. Stavolta è stato un 36enne a togliersi la vita a Capanne. E torna prepotentemente in auge la questione della vivibilità nelle carceri italiane in generale e umbre, in particolare.
L’ultimo della lista Un 36enne, originario di Rieti, si è suicidato nel carcere di Capanne, a Perugia. Secondo quanto si è appreso, il gesto risalirebbe alla giornata di martedì sera quando il detenuto, con precedenti per furto e droga, ha inalato gas da una bomboletta. L’uomo si è tolto la vita nel bagno e l’allarme è stato dato dal compagno di cella. Sono in corso accertamenti, la procura ha disposto l’autopsia.
Nazzareno Ai primi di giugno era stato Nazzareno, un ergastolano, a impiccarsi nel penitenziario di Spoleto. Episodio cui è seguita un’ondata di proteste, anche da parte della polizia penitenziaria per le condizioni di lavoro degli agenti e di vita per i detenuti.
Michele A gennaio, invece, era stato un 23enne, Michele Massari, a morire dietro le sbarre di Capanne. Anche lui con il gas inalato all’interno di un sacchetto di plastica. Si è parlato di suicidio, ma la mamma ha negato la possibilità: in ogni caso un altro segnale di malessere profondo.
Situazione ingestibile Della drammatica situazioni delle carceri umbre Umbria24.it si è occupata ripetutamente. Recentemente poi sono stati prima i Radicali con un blitz a Spoleto e poi la presidente della Regione, Catiuscia Marini, a chiedere l’intervento del ministro della giustizia. I dati parlano di un tasso di sovraffollamento del 75% rapportato alla capienza regolamentare degli istituti di pena, e del 6% rapportato alla capienza tollerabile (capienza regolamentare 954 posti, capienza tollerabile 1564 posti) con 1.672 detenuti complessivi.
 fonte: http://www.umbria24.it/

martedì 2 agosto 2011

Emergenza carceri : video


Mio figlio è morto di malagiustizia

“Mio figlio è morto di malagiustizia”


La drammatica testimonianza di una madre, il cui figlio, dopo tre mesi e mezzo di carcere degradante e cinque mesi e mezzo di ansiosa attesa, non ha trovato altra soluzione per recuperare la propria dignità che il suicidio.


"Sono una mamma e ho da poco perso mio figlio, morto suicida appena un mese fa. Non avrei creduto che potesse capitarmi una cosa del genere e, soprattutto, fino a un anno fa credevo nella giustizia e nei giudici. Oggi quella fiducia non c’è più e guardo con occhi diversi le vicende di chi, come noi, si è trovato e si trova ad affrontare un procedimento giudiziario in cui ricopre, suo malgrado, la veste di imputato.

Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!

Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda. Le prove a carico sono esigue, solo due intercettazioni telefoniche, non sul suo telefono, bensì su quello di altri due imputati, i veri artefici delle condotte illecite, che nei loro discorsi sostenevano che mio figlio dovesse loro dei soldi: secondo la logica dell’accusa queste prove bastavano e avanzavano! Mio figlio, suo malgrado, conosceva gli altri imputati e con loro aveva organizzato degli eventi estivi, ma non aveva intrattenuto alcun genere di altri rapporti, infatti, poco dopo, ne aveva preso le distanze, ma ciò non è bastato e non lo ha salvato dal calvario che da lì a poco avrebbe patito.

L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione – come è nel gioco della forza delle parti e del potere – lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.

Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta.

Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.

Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.

Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava. Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più.

La pena dovrebbe, come è nello spirito delle leggi, avere la funzione e il compito di recuperare e riabilitare le persone, dare la possibilità a chi ha subito una condanna di riscattare la sua vita e reinserirsi nella società civile ed il carcere è l’extrema ratio e non, come accade oggi, la soluzione.

Il processo dovrebbe essere giusto, equo e ragionevole, le lungaggini giudiziarie e i farraginosi iter burocratici, che richiamano vicende dal tratto kafkiano, finiscono nella realtà per colpire i malcapitati che si ritrovano in carcere da innocenti. Storie di ordinaria ingiustizia in cui è caduto mio figlio che ben avrebbe potuto provare la sua innocenza nel processo, ma la minaccia di restare in carcere sino al processo, e forse per tutto il tempo di durata del dibattimento, ci ha fatto desistere e preferire “un accordo” con la pubblica accusa.

Così mi chiedo, da adulta, cittadina e madre: è questo il modo per recuperare un ragazzo, ammesso anche che abbia delle colpe? Perché chi giudica non riesce a guardare, come dovrebbe essere, chi ha di fronte, a indagare sulle qualità personali, sul carattere e su tutto ciò che necessita per definire il profilo di un individuo? Il diritto richiede simili analisi e chi giudica dovrebbe attenersi a tali principi, principi giusti e inviolabili, necessari per contraddistinguere un ordinamento democratico e garantista.

Questa lettera di protesta non mi restituirà mio figlio ma spero almeno possa servire a muovere le coscienze."

Mamma di Fabrizio

(Tramite "LucidaMente", pubblicato il 26 luglio 2011)

Carceri sovraffollate l'amnistia non basta

Articolo di Roberto Martinelli pubblicato su Il Secolo XIX, il 02/08/2011



La recente fiaccolata serale organizzata dai Radicali davanti al carcere di Marassi ha riproposto il tema del grave sovraffollamento penitenziario.
Non è mia competenza dire se possa essere l'amnistia che fortemente invocano i Radicali, e Marco Pannella in particolare (che è arrivato ad attuare la protesta estrema - pacifica e non violenta dello sciopero della fame e della sete), la panacea di tutti i mali. Certo è che se, come è avvenuto per l'indulto del 2006, al provvedimento di legge non segue parallelamente un complessivo ripensamento del sistema sanzionatorio in Italia ci troveremmo punto e a capo in poco tempo.
Lo insegna proprio l'esperienza dell'indulto del 2006, del quale beneficiarono oltre 35 mila persone, un terzo delle quali rientrò nelle patrie galere in brevissimo tempo.
È del tutto evidente che se chi esce dal carcere non ha prospettive per entrare consapevolmente in un circuito sociale di legalità e una vera e propria volontà di cambiare vita, nel 90 per cento dei casi torna a delinquere.
A mio avviso bisognerebbe ripensare il carcere e realizzare un nuovo ruolo per l'esecuzione della pena in Italia, che preveda circuiti penitenziari differenziati e un maggiore ricorso alle misure alternative attraverso, da un lato, un carcere invisibile sul territorio cui affidare tutti coloro che commettono un reato che non crea allarme sociale e, dall'altro, un carcere di massima sicurezza, per i 41 bis o comunque riservato ai soggetti che si macchiano di gravissimi reati.
Bisognerebbe pensare un carcere che non peggiora chi lo abita, non lo incattivisce, non crea nei suoi abitanti la convinzione di essere una vittima: questi risultati si possono realizzare con il coinvolgimento del sociale ma soprattutto con il lavoro durante la detenzione, anche attraverso progetti concreti per il recupero ambientale del territorio, che abbatta il fenomeno dell'ozio in carcere. In questo contesto si dovrà delineare per la Polizia penitenziaria un nuovo impiego e un futuro operativo, al di là delle mura del carcere, parallelamente all'affermarsi del suo ruolo quale quello di vera e propria polizia dell'esecuzione penale. Donne e uomini con il Basco Azzurro che nel contesto sovraffollato delle carceri italiane, liguri e genovesi, svolgono un lavoro particolarmente stressante e duro.
È utile ricordare gli eventi critici occorsi in carcere nell'ultimo anno per comprendere cosa intendo dire. Nel 2010, nelle sovraffollate carceri liguri, 23 detenuti hanno tentato il suicidio, 220 hanno compiuto atti di autolesionismo, 61 hanno posto in essere i ferimenti: 2 sono stati i suicidi e 5 le morti per cause naturali.
Quasi 1.500, infine, sono stati i detenuti coinvolti in manifestazioni su sovraffollamento e condizioni di vita intramurarie, proteste che si sono concretizzate in scioperi della fame.
Roberto Martinelli è segretario generale aggiunto Seppe, Sindacato autonomo polizia penitenziaria

Fonte: http://www.radicali.it/

Marassi: sale la tensione


Violenza in carcere, a Marassi un marocchino aggredito da 8 italiani e un tentato suicidio


Genova. “Ieri intorno alle 14  nel carcere genovese di Marassi, un detenuto marocchino (K.M), ristretto presso la sesta sezione è stato aggredito violentemente da 8 detenuti di origine italiana presso la sala socialità. Fondamentale il tempestivo intervento degli agenti della polizia penitenziaria che hanno sottratto il detenuto marocchino alla violenza degli aggressori. Inoltre nella stessa sezione un altro detenuto, anch’egli di origini magrebine, ha tentato di togliersi la vita tramite impiccagione. Ancora una volta una vita è stata salvata dal Poliziotto Penitenziario di turno. Questo tourbillon i di eventi critici all’interno di Marassi di rischiano di mandare in Tilt l’intero sistema e rendere impossibile la gestione e il controllo del personale di polizia penitenziaria Polizia Penitenziaria”.
A dichiararlo è il Segretario Regionale Uil Penitenziari Liguri, Fabio Pagani, che preoccupato aggiunge: “L’ istituto ospita circa 790 detenuti, quasi il doppio della capienza massima prevista (435) . Il caldo, le celle sovraffollate (anche 8 detenuti in meno di 20 mq), le gravi carenze organiche nelle fila dei baschi blu ( – 150 unità), la costrizione all’ozio della quasi totalità dei detenuti, la mancanza di risposte concrete rendono incandescente e pericolosa la situazione all’interno del carcere genovese . Purtroppo si continuano ad ammassare persone nelle celle sovraffollate alimentando disumanità ed inciviltà. In questo quadro desolante – conclude Pagani – i poliziotti penitenziari continuano a prestare, tra innumerevoli difficoltà, la propria opera riuscendo a salvare l’ennesima vita umana”.
» Redazione
fonte: http://www.genova24.it/

lunedì 1 agosto 2011

PRESIDIO AD OLTRANZA DAVANTI A MONTECITORIO


Se carcere fa rima con mistero

Quella morte di Federico Aldrovandi, quel giovane riverso a terra, le mani ammanettate dietro la schiena, esanime.


Quel corpo prosciugato, quella maschera di ematomi sul viso, un occhio aperto, quasi fuori dall'orbita. 
 Quelle urla di Giuseppe Uva, dentro la caserma dei carabinieri di Varese. 
Quelle sue foto col pannolone da adulto incontinente, imbrattato di sangue.
Quelle facce gonfie, viola, i rivoli di sangue.
 E tutte le altre storie, rimaste ignote, oppure richiamate da un trafiletto di giornale, e già dimenticate. Giovanni Lorusso, Marcello Lonzi, Eyasu Habteab, Mija Djordjevic, Francesco Mastrogiovanni. E molti altri. 
In Italia in carcere si muore. Alcuni sono suicidi, alcuni no.
 E si muore durante un arresto, una manifestazione di piazza, un trattamento sanitario obbligatorio.
 Dietro le informazioni istituzionali spesso c'è un'altra storia.
Un uomo che muore in carcere è il massimo scandalo dello Stato di diritto. «Quando hanno aperto la cella» ce lo racconta. Luigi Manconi e Valentina Calderone ascoltano, raccolgono e portano alla luce storie di persone - spesso giovani - che entrano nelle carceri, nelle caserme e nei reparti psichiatrici e ne escono morte. 
In ognuna di queste morti, la morte dello Stato di diritto. Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l'università Iulm di Milano. È stato senatore della Repubblica, sottosegretario di Stato alla Giustizia e garante dei diritti delle persone private della libertà per il Comune di Roma. È presidente dell'associazione «A buon diritto». Valentina Calderone, laureata in Economia, svolge attività di ricerca presso la stessa associazione e coordina i siti internet innocentievasioni.net e italiarazzismo.it.


fonte: Il Tempo .it