domenica 7 agosto 2011

Intervento dell'Assessore Milò Bertolotto pubblicato sul "Secolo XIX" domenica 7-8-2011


Dal libro




L’amnistia oggi
Recentemente si è tornati ad evocare l’amnistia per sanare gli strascichi giudiziari seguiti alle lotte sociali. Ma il pericolo è quello di veder prevalere soluzioni minimaliste che si accontentino di una semplice, seppur utile, depenalizzazione d’alcune infrazioni minori, quando in realtà l’arsenale giuridico impiegato dalla magistratura s’avvale oramai d’un ventaglio d’ipotesi d’accusa molto più ampio e insidioso, come i reati di natura associativa presenti nel famigerato capitolo secondo, dei delitti contro la personalità interna dello Stato. D’altronde, dopo l’11 settembre, le direttive europee hanno invitato i paesi membri ad includere nella nozione di terrorismo forme di lotta tradizionalmente impiegate dai sindacati e dai movimenti sociali, oltre a designare come un possibile movente «terrorista» il dissenso politico contro i governi.
La disproporzione di forze e mezzi repressivi, che da alcuni anni vengono impiegati contro forme d’illegalità politica a bassa intensità, tipiche del dissenso sociale diffuso, ormai è tale da assomigliare alla pretesa di cacciare dei passeri con una portaerei. È auspicabile, dunque, che le forze sociali, motore delle lotte degli ultimi anni, uniscano le proprie energie per lanciare una campagna politica sull’amnistia e l’indulto, il ripristino del quorum a maggioranza semplice, come indicava in origine l’art. 79 della costituzione, e il riassorbimento della legislazione d’emergenza, nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, oggi impiegate per colpire l’azione dei movimenti.
L’istituto della proposta di legge d’iniziativa popolare può essere uno strumento utile per aprire una vertenza dal basso che agisca come una leva sulla politica istituzionale. Di questi tempi dal Palazzo non pioverà mai nulla senza una spinta sociale esterna che faccia da volano per una trasformazione della giustizia penale (riforma del codice e abolizione dell’ergastolo) e penitenziaria (riforma estensiva della Gozzini).
fonte: http://insorgenze.wordpress.com/

PD A PALMA, SITUAZIONE DRAMMATICA, GOVERNO IMMOBILE






Palma... di maiorca

sabato 6 agosto 2011

Emergenza carceri: dichiarazioni false e realtà

LA NOTA - Suicidi in cella, emergenza nelle carceri
2011-08-06 03:15:14
 di ITALO DI SABATO* - “Emergenza carcere a Campobasso. Due detenuti tentano il suicidio”.
 
 La notizia ribalza sulle agenzie e nei media, una delle tante notizie drammatiche che quotidianamente provengono dagli istituti di pena del nostro paese.
Non si ha memoria, nella storia repubblicana, di un periodo più nero per il sistema penitenziario. Gli ultimi anni hanno oscurato persino il travagliato scorcio del dopoguerra, quando almeno gli episodi critici e cruenti erano accompagnati da una forte volontà di rinascita.
Cosa non funziona nelle carceri italiane? Dietro le storie di disperazione individuali che hanno fatto contare già 39 suicidi nel 2011 c’è senz’altro qualcosa che non dipende dalle individualità bensì dalla sciatteria del sistema, per non dire di peggio.
Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso.
La tragedia attuale sconta una evidente schizofrenia: alla criticità della situazione fanno da controcanto le dichiarazioni dei responsabili dell'Amministrazione, a partire dal nuovo Ministro della Giustizia, che descrivono una ripresa delle iniziative che nessuno degli addetti ai lavori riesce seriamente ad intravedere. E così si susseguono le dichiarazioni sullo stato di emergenza che lasciano il tempo che trovano, le enunciazioni di buoni propositi conseguenti agli annunci sugli effetti miracolistici che avrebbe dovuto avere la legge sulla detenzione domiciliare per l'ultimo anno di pena.
La realtà è molto diversa: la legge 199/2010 ha fino ad ora prodotto la scarcerazione di appena qualche centinaio di detenuti e non è servita a frenare il crescente sovraffollamento, siamo infatti alla soglia dei 73.000 detenuti; la stessa norma vincola l'assunzione dei promessi duemila agenti, che nel frattempo sono diventati 1800. Il provvedimento inoltre grava sul lavoro degli educatori e degli assistenti sociali la cui carenza di organico è nota, e per i quali non è previsto alcun incremento. Il blocco del turn-over stabilito dalla finanziaria non potrà che aggravare questa situazione.
Negli istituti sono stati preannunciati ulteriori tagli sui capitoli che garantivano, con il lavoro domestico dei detenuti, le condizioni igieniche e di decoro.
I parlamentari e consiglieri regionali di destra e sinistra che hanno visitato le carceri  un anno fa a ferragosto non hanno prodotto una che sia una proposta di soluzione del problema.
Il tanto strombazzato piano-carceri, che essenzialmente si fondava sulla creazione di nuovi posti detentivi con l'ampliamento dei reparti di alcuni istituti, non si sa che fine abbia fatto. Si sa della ristrutturazione solo di alcuni reparti, mentre proseguono le inchieste giudiziarie sulla legittimità di appalti affidati con procedure anomale alle cricche di vario genere.
Occorre tornare al dettato costituzionale: la detenzione carceraria va ritenuta pena di "ultima istanza". L'area della cosiddetta "detenzione sociale" (tossicodipendenti, migranti, poveri) incide per i 2/3 della popolazione detenuta. Più del 50 per cento è in stato di carcerazione preventiva. Bisognerà agire, allora, anche sul piano normativo: abrogando la Bossi-Fini e gli inasprimenti successivi dei vari pacchetti sicurezza; abrogando la Fini-Giovanardi contro i tossicodipendenti, costruendo percorsi di comunità, di auto-aiuto, di socialità; abrogando la norma sulla recidiva, che ha contenuti assolutamente classisti. Per molti casi possono essere previste sanzioni non carcerarie o pene non detentive.
E' necessario, quindi, invertire la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l'insegna dell'ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana" (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale.

*Osservatorio sulla Repressione

"Ristretti" a colloquio


"Ristretti" a colloquio


Non mi era mai passato per la testa che un giorno io sarei andato a trovare una mia compagna detenuta, effettuando un colloquio "dall’altra parte del bancone".
È stato comunque un susseguirsi di emozioni, certamente molto belle, ma per certi versi anche angoscianti.
Entrare in un carcere, come persona libera, sottoporsi all’ormai obbligato rito della perquisizione, entrare in quella piccola sala per abbracciare una persona cara, è qualcosa che mai, prima d’ora, avevo sperimentato e preso in considerazione.
Ancora prima di varcare l’entrata di quel carcere, sentivo in me crescere sempre più un insieme di fortissime emozioni: la voglia di abbracciare finalmente la persona con cui avevo condiviso oltre un anno di fitta corrispondenza, la paura di scoprire di non essere ciò che lei magari si sarebbe aspettata, l’imbarazzo del "primo incontro", la consapevolezza di dover poi lasciare lì dentro una persona per me davvero speciale.
Pur avendo trascorso oltre 10 anni di detenzione, ho provato ugualmente una strana sensazione, quando prima dell’entrata a colloquio sono stato sottoposto al controllo da parte dell’agente, che accortosi del mio "impaccio" mi ha subito chiesto se era la mia prima volta!!! In verità il mio impaccio non era dovuto alla mia "prima volta", ma al fatto che la mia testa non riusciva a non pensare che dopo pochi minuti, finalmente, sarei stato di fronte alla mia compagna. Pensavo a questo e cercavo di immaginarmi lo stato emotivo in cui poteva trovarsi lei, che già poche ore prima era stata informata del mio arrivo.
Dopo la perquisizione di rito, sono finalmente stato accompagnato verso una piccola sala dove si svolgono i colloqui, e nel breve tragitto per la testa mi sono passati davanti mille pensieri, che sono improvvisamente svaniti appena i miei occhi hanno potuto incontrare quelli della mia compagna. L’emozione iniziale è poi stata seguita da quella di un abbraccio che, seppur breve, è riuscito a racchiudere in sé molto più di quanto io stesso avrei voluto esprimere con le parole.
Dopo un primo momento d’imbarazzo, tenendoci per mano ho provato una sensazione davvero incredibile, come se in fondo io e lei ci conoscessimo da sempre. Questo ha fatto sì che il nostro colloquio non fosse semplicemente un incontro di sguardi, ma anche di parole, di dialogo e allo stesso tempo di disagio, per il costante controllo visivo da parte dell’agente, che sembrava non distogliere un solo secondo lo sguardo da noi.
Un colloquio durato due ore, che avrei voluto non finisse mai, ma che ad un certo punto è stato interrotto dalle inesorabili lancette di un orologio che sembravano correre all’impazzata; certo oggi quel colloquio, dentro di me, ha un valore indescrivibile, ma ricordo ancora adesso la strana sensazione che ho provato quando, uscendo da quel carcere, mi sono reso conto di aver dimenticato qualcosa: una parte di me.
Mai come in quel momento ho pensato a quelle proposte che da più parti erano state lanciate, per restituire un po’ di dignità agli affetti, a quei valori che nessuno ha il diritto di negare.
Persino un semplice abbraccio, in quel momento, è diventato una specie di furto; in realtà la cosa più importante in quel momento, era trovarsi l’uno di fronte all’altro, senza alcuna pretesa. Ma la sensazione di avere comunque gli occhi puntati addosso, pronti quasi a gridare "allarme allarme", è riuscita a bloccare persino i battiti dei nostri cuori, facendoci sentire colpevoli per il semplice fatto di provare un affetto.
Nonostante questo, però, c’è qualcosa dentro ognuno di noi, che ci permette di voler bene ugualmente, magari anche solo con lo sguardo, o tenendo stretta una mano; questo ancora non ci è stato negato e, nel frattempo, non possiamo che augurarci che, come già tanti paesi civili hanno fatto qui in Europa, anche in Italia presto possa essere approvata una legge che consente di mantenere saldi quegli affetti che oggi, fra impedimenti e regole a volte incomprensibili, rischiano troppo spesso di naufragare nel vuoto, quel vuoto generato da una condanna fatta di mesi e anni che ti privano d’ogni cosa più elementare ed umana, come gli affetti delle persone care, che restano ogni volta imprigionati... fuori da una sala-colloqui. Uscendo da quel carcere, vedendolo allontanarsi sempre più, ho capito quanta sofferenza si possa provare, quando si lascia là dentro una persona a cui si vuole bene; molte volte ho pensato a queste cose, ma mai prima d’ora avevo compreso ciò che realmente si poteva provare al termine di un colloquio, quando ci si incammina verso la strada di casa.
Adesso non resta che aspettare "la prossima volta", ma nel frattempo, io e la mia compagna sapremo d’avere con noi qualcosa che porteremo sempre dentro al cuore e che un giorno, si spera, potrà vedere anche tutelato e garantito quel diritto all’affettività che è da sempre radicata in ognuno di noi.

Massimiliano Ruggiero, Casa di Reclusione di San Gimignano


fonte: Ristretti .it

venerdì 5 agosto 2011

Da Domenico D'Andrea al gruppo Amnistia per la Repubblica - Facebook


 Il  mese scorso abbiamo pubblicato la lettera di Domenico D'Andrea con tutte le sue perplessità ed i suoi dubbi sull'amnistia e sull'iniziativa del partito radicale.
 La medesima, postata su Facebook nel gruppo "Amnistia per la Repubblica", aveva destato polemiche da parte dei lettori che abbiamo riportato fedelmente all'autore il quale oggi risponde riprendendo punto per punto ogni contestazione fattagli.




Ti ringrazio per avermi mandato le reazioni di facebook alla pubblicazione della mia lettera ma, soprattutto, ti ringrazio per aver preso le mie “difese”, nel senso che, perlomeno, condividi il mio pensiero.
 È mio dovere replicare a tutte le e-mail e lo farò con eleganza e padronanza dell’argomento. Resto comunque molto colpito sia dal tuo attivismo, che dalla tua premura nei miei confronti e nei confronti di chi soffre.
Innanzi tutto credo che la mia lettera e i miei pensieri nei confronti dei radicali siano stati travisati. Sono perfettamente consapevole delle molte iniziative avanzate dai radicali, ma ad essere sincero la mia attenzione si è spesso posata non tanto sulle loro iniziative, sempre le stesse e sempre con scarsa concretezza, quanto piuttosto sulla loro onestà intellettuale e coerenza politica.
Questo però non significa che mi si deve mettere il bavaglio, so che la verità fa male ma …..

A tutti coloro che hanno contestato la mia lettera confermo che l’amnistia serve a ben poco, sarebbe come svuotare il mare con un cucchiaino, sarebbe come tappare un foro di un colabrodo, ignorando che la situazione carceraria è solo una conseguenza di un sistema penale paurosamente devastato e devastante

. Chiedere un indulto significa chiudere gli occhi davanti ad un problema, quello della giustizia, di dimensioni madornali. Tecnicamente l’indulto e l’amnistia vengono strutturati per reati di lieve entità, generalmente comprende solo quei reati predatori che caratterizzano un alto tasso di recidiva, quindi si chiede un intervento per persone che sono destinate a ritornare in carcere perché quei reati, che comprendono l’amnistia, appartengono a persone che hanno adottato il crimine come stile di vita.

Al varo di un amnistia generalmente non segue mai un piano assistenziale per i dismessi. Mancano soldi e personale idoneo ad accogliere quelli che escono, cosi, migliaia di recidivi si ritrovano da soli per strada senza un soldo, senza un punto di riferimento, stigmatizzati e considerati dalla società come dei rutti biologici. In queste condizioni, dove tutte le porte sono chiuse, l’unico mondo che li accoglie a braccia aperte è il mondo del crimine e …… punto e a capo. Quindi l’amnistia non risolve certo l’immane problema della giustizia e delle carceri italiane.

Non sono un forcaiolo e conosco molto bene questo mondo e vi posso assicurare che un indulto non seguito da un piano assistenziale per i dismessi fa più male che bene, sia alla società che al mondo del carcere.
Riterrei opportuno combattere non per una soluzione alternativa e provvisoria come l’amnistia ma per una situazione radicale che risolva il problema della giustizia in generale, appunto, alla radice. 

Da tempo si fanno avanti movimenti con idee innovative mai prese seriamente in considerazione dal panorama politico, forse per una questione di comodo visto che si legittima la pretesa di un certo potere per mettere ordine solo quando c’è o si crea un disordine. Da tempo esiste un vasto movimento di abolizionismi che cresce sempre di più. Esistono movimenti che lottano per la giustizia ripartiva in sostituzione della giustizia sanzionatoria attualmente vigente. Esistono movimenti che si battono per la depenalizzazione di molti reati penali che possono essere puniti con la sola ammenda. Quindi a tutti mi sento di dire cose, già dette e ridette, anche se mai valutate nel merito, e cioè, che l’amnistia non risolve questo immane problema di un intero apparato, quello della giustizia appunto, che ormai vetusto, ammalato e decrepito è destinato solo a creare danni con costi esorbitanti. Continuare con queste condizioni è un suicidio, uno sperpero di denaro senza controllo, sarebbe come fare un pieno di benzina ad una vecchia auto col serbatoio rotto per affrontare un lungo viaggio verso un Europa moderna che si ferma, si volta indietro e ci aspetta sbuffando. 

Queste sono le vere battaglie, le grandi battaglie sono per le grandi conquiste e la conquista più ambita di un popolo civile è una sana giustizia senza frontiere e non un amnistia che tampona con un dito una falla grande come l’oceano. Ben venga un amnistia oggi ma chi pensa al nostro domani? Chi pensa al domani dei nostri figli? Perché non lottare per un sistema penale più giusto ed equo per tutti?

Le critiche che mi sono state mosse da molte e-mail sono state molto pesanti ma nessuna e-mail ha risposto alle mie domande: “quante e quali proposte sono state presentate dai radicali al parlamento per risolvere il problema delle carceri e del sistema penale in generale?”

PER VALERIA CENTORAME; ALEX ZOPEGNI;ANTONIO GIBALDI (e-mail del 22-7-11)
non credo che una persona che esprime il proprio pensiero, una propria opinione basata su esperienza e dati di fatto possa essere considerata una “getta fango” o una persona che getta “accuse infamanti”. Prima delle tue piccole lotte politiche sono state fatte grandi lotte, nelle quali molte persone che credevano in certi ideali hanno perso la vita per garantire almeno la libertà di pensiero e la libertà di opinione, quindi i tuoi toni non sono solo un po’ aggressivi ma sono anche antidemocratici.
Non servono mille deputati per presentare un disegno di legge. L’art. 50 della nostra carta costituzionale cosi recita: tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità. E l’art. 71 che cosi recita: l’iniziativa della legge appartiene al governo, a CIASCUN membro delle camere……… Il popolo esercita l’iniziativa della legge mediante la proposta da parte di almeno 50.000 elettori. Quindi non è giustificabile una minoranza parlamentare, come affermi tu, e torno a chiederti: quante e quali proposte sono state avanzate in concreto per la questione per la quale state e stiamo tutti lottando.
A tal proposito mi viene in mente una breve barzelletta, la racconto anche per sdrammatizzare un po’ la situazione: un napoletano da diversi anni andava da san Gennaro e lo supplicava in ginocchio: “san Gennà famme vincere la lotteria”, “san gennà famme vincere la lotteria”, e cosi per diversi anni fino a quando san Gennaro stanco di vederlo li tutti i giorni gli rispose: a Ciro io te la faccio pure vincere sta lotteria ma comprati almeno nu cazz di biglietto” lo stesso avviene nello scenario politico che stiamo assistendo: “AMNISTIA” “AMNISTIA” MA NESSUNO PRESENTA UNA PROPOSTA DI LEGGE CHIARA E CONCRETA.
Tu consigli poi: “al posto di criticare fatevi la tessera” Ok Valeria, da uomo ti do la mia parola che mi priverò di quelle pochissime cose che posso ancora permettermi dopo tanti anni di carcere, cioè qualche ciuffetto di TABACCO, qualche caffè, un po’ di zucchero e cosine simili e mi faccio la tessera al partito, la farò molto volentieri perché ritengo giusto sostenere chi sta lottando per amor mio. Ma il partito vorrà un detenuto, seppur ben titolato, tra i suoi iscritti? Se verrò rifiutato non sarete voi i primi a stigmatizzare i detenuti prendendone le dovute distanze? E allora ti chiederò per chi e per cosa state lottando?

PER LUANA ESPOSITO (e-mail del 22-7-11)
Vale la pena riportare interamente la e-mail prima di contestare: “si perché per chi parla pensano solo per i secondi fini …………… grazie a (..) mio marito ha chiuso la sintesi perché l’educatrice rimandava”.
Gentile signora Luana, io comprendo bene l’importanza di un chiusura di un osservazione scientifica della personalità, la c.d. sintesi, ma purtroppo esiste una graduatoria per ordine di matricola o per ordine di entrata. Le preciso inoltre che io non ho nessun secondo fine, come afferma lei, ho solo un modo diverso dal suo di vedere le cose e di fare le battaglie, ma le assicuro che non ho nessun secondo fine. Capisco che solo grazie all’intervento di un politico la sintesi di suo marito sia stata chiusa. Nonostante tutto il suo entusiasmo le chiedo cosa ha risolto? Le sembra giusto e privo di un secondo fine ricorrere a questi mezzi per ottenere la chiusura di una sintesi? Secondo lei come si sono sentiti quelle centinaia e migliaia di detenuti che, vedendosi scavalcati, non hanno nessuna voglia, nessun coraggio e nessun santo protettore per ricorrere a “raccomandazioni” di questo tipo? Quindi gentile signora Luana non sono io ad avere un doppio fine.



Considerando che sono stato frainteso vorrei ribadire la mia opinione sui radicali da me ritenuti tra i lottatori più onesti tra gli attori che attualmente dominano la scena politica del nostro paese, purtroppo sono una persona abbastanza concreta, quindi certi pensieri sui radicali sono al quanto legittimi.

Chiudo questa contestazione con una celebre frase di Dostojeskij: le idee sbagliate sono invincibili e hanno un inevitabile successo perché hanno la forza di camminare per le strade.

Domenico D'Andrea                                                                                         Padova 4 agosto 2011

Carcere Marassi, tentato suicidio e aggressioni: “Inferno penitenziario”


Genova. “L’ondata di violenza che sta attraversando il carcere genovese di Marassi va indagata immediatamente, perché oramai il fenomeno sta assumendo dimensioni molto più che preoccuanti. A questo punto l’Amministrazione Penitenziaria non può più restare inerme e ha il dovere di mettere in piedi una efficace strategia di contrasto”. Così il segretario generale della Uilpa Penitenziari, Eugenio Sarno, commenta quanto accaduto nel penitenziario genovese nelle ultime 24 ore.
“Oltre all’ennesimo salvataggio da un tentato suicidio effettuato dalla polizia penitenziaria, questa notte c’è stata una brutale aggressione in danno di un detenuto che a sua volta ha ferito tre agenti. Ieri notte – informa Sarno – il detenuto marocchino oggetto, martedì scorso, dell’aggressione da parte di otto detenuti italiani ha tentato in cella di impiccarsi con le lenzuola. Il tempestivo intervento degli agenti ha scongiurato che il tentativo andasse in porto. Questa notte, invece, un detenuto maghrebino M.M. è stato aggredito in cella dai suoi compagni di detenzione. Dopo l’intervento della sorveglianza, lo stesso stato portato in infermeria dove, dopo essersi barricato in bagno e divelto le suppellettili, brandendo dei pezzi di vetro ha ferito tre agenti penitenziari. I tre agenti sono stati trasportati al pronto soccorso e dopo le cure del caso sono stati dimessi con prognosi di dieci giorni”.
La UIL PA Penitenziari ha più volte denunciato come le attuali condizioni detentive rappresentino l’humus più adatto per alimentare le violenze intramurari.
“Dall’inizio dell’anno, sul territorio nazionale, la polizia penitenziaria contra circa 250 feriti, per aggressioni subite da parte di detenuti. E’ un fenomeno dilagante di cui non si parla mai. Bene farebbero al DAP ad applicarsi sul tema. Riteniamo – aggiunge il Segretario Generale – che sia necessario prevedere nei confronti dei violenti misure sanzionatorie adeguate e certe. Non sempre, infatti, vengono comminate sanzioni disciplinari. E’ pur vero, (ma questo non può essere una esimente) come succede a Marassi, che se la quasi totalità dei detenuti è costretta all’ozio per 22 ore su 24 si creano le condizioni per alimentare pulsioni e tensioni. Il sovraffollamento, in strutture degradate e degradanti, completa il quadro dell’ inciviltà, della disumanità e dell’ illegalità . Questo spiega anche in parte il fenomeno dei suicidi (40 dall’inizio del 2011) e dei tentati suicidi (circa 620 dal 1 gennaio 2011). Nonostante tutto ciò la politica continua ad ignorare il pressante appello del Presidente Napolitano”.
La UIL PA Penitenziari non manca di denunciare in quali infamanti condizioni di lavoro siano costretti a lavorare i baschi blu della polizia penitenziaria
“Mentre nelle celle ci si suicida o si tenta di farlo, semmai per ammazzare il tempo inutile, le nostre condizioni di lavoro rappresentano un dramma nel dramma. Auspichiamo che il ministro Palma quanto prima decida per una audizione delle OO.SS. Anche a lui, come i suoi predecessori, spiegheremo che le 8mila unità di polizia penitenziaria che rappresentano l’attuale disavanzo organico del Corpo sono un lusso che non ci si può permettere. Spiegheremo anche a Palma che non è possibile garantire ordine, sicurezza e trattamento nelle sezioni se per la sorveglianza a centinaia di detenuti viene impiegata una sola unità. Proveremo a fargli comprendere che non si può rischiare la vita , oltreché anticipare fondi personali, per garantire traduzioni su mezzi obsoleti e pericolosi. Tenteremo – conclude Sarno – di far comprendere, come accade anche a Marassi, quali sono gli effetti del mancato godimento delle ferie e dei riposi. Illustreremo come si raddoppino per i poliziotti penitenziari turni e carichi di lavoro senza che vengano nemmeno corrisposte le competenze per straordinari e missioni. Insomma gli delineeremo la dura realtà del poliziotto penitenziario moderno: lavoratori a cui si negano i diritti, ma a cui si chiede (gratis) sempre di più”.

fonte:http://www.genova24.it/ 
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