sabato 7 gennaio 2012

da tre anni vivo paralizzato in cella…


www.radiocarcere.com, 7 gennaio 2012

Pubblichiamo la lettera, arrivata a Radiocarcere e letta nella puntata di ieri, scritta da una persona detenuta nel carcere di Agrigento che da ben 3 anni resta abbandonato in cella perché paralizzato. Una lettera che dimostra chiaramente, al di là del sovraffollamento, l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario.
“Cara Radiocarcere, mi trovo in carcere da circa 3 anni e da allora vivo la mia pena sdraiato su una branda, in quanto sono paralizzato. Il carcere mi ha dato l’assistenza di un piantone che sta con me per 3 ore al giorno, ma il resto della giornata resto solo, sdraiato su questa branda e senza nessun aiuto.
Consideri che non mi lasciano a disposizione neanche la sedia a rotelle per tutto il giorno, con la conseguenza che da tre anni non vado a fare l’ora d’aria, né posso recarmi in chiesa. In poche parole sono murato vivo.  
Tra l’altro ho chiesto più volte al medico del carcere di poter fare la fisioterapia prescritta dai medici, ma nessuno mi ha mai risposto, come non hanno mai ottemperato all’obbligo di portarmi in ospedale per sottopormi alle visite specialistiche di cui ho bisogno. In pratica sono abbandonato sul letto della mia cella. Inoltre, la mia famiglia vive in Calabria e per ragioni economiche non può venire fino a qui. Ragion per cui, non solo sono disperato perché non vedo i miei cari, ma sono anche vestito come un barbone, dato che non ricevendo visite, non ho neanche un pacco di vestiti puliti con cui cambiarmi.
Sono tre anni che vivo così e ora sono davvero arrivato all’esasperazione. Non chiedo la libertà, ma come persona detenuta paralizzata chiedo cure e la vicinanza della mia famiglia. È forse chiedere troppo? Vi saluto con tanta stima”.

Antonio, dal carcere di Siracusa

martedì 3 gennaio 2012

BUON ANNO DA UN ERGASTOLANO


di Carmelo Musumeci*
*ergastolano rinchiuso a Spoleto
immagine


Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;
buon anno agli uomini in nero del ministero d'ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone;
buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati;
buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti;
buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone;
buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci possono passare pure loro;
buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire;
buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all'inferno;
buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, ridono e sono felici, ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire;
buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l'hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso
della prigione e della sofferenza;
buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure quelli di Guantanamo;
buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere;
buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;
buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità;
buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi;
buon anno a quelli che sono solo ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;
buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;
buon anno a quelli che fanno il male così pienamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri;
buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società;
buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perché abbiamo sbagliato;
buon anno a quelli che capiscano la giustizia vivendo l'ingiustizia fra le mura di un carcere;
buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;
buon anno anche a dio sperando che la smetta di essere dio;
buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi e ai potenti, ai poveri, ai ricchi che sono poveri, a tutti noi che siamo, a quelli che non ci sono più.
fonte:http://giornalesentire.it/

suicida in ospedale a Genova


detenuto si suicida in ospedale a Genova

Roma, 2 gen. - (Adnkronos) - 


Un detenuto, un italiano di 54 anni in attesa di giudizio, ricoverato all'Ospedale Villa Scassi di Genova, si e' suicidato la notte scorsa, impiccandosi. 
Ne da' notizia il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria.
 All'inizio dicembre l'uomo aveva tentato di uccide la ex moglie e il nuovo compagno, ma si era inceppata la pistola. Poi si era dato fuoco per suicidarsi, rimanendo gravemente ustionato.
 "Era ricoverato in Ospedale, nel reparto ustionati del Villa Scassi di Sampierdarena, controllato saltuariamente dalla Polizia Penitenziaria - spiega Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe - perche' il giudice competente ne aveva disposto, appunto, controlli saltuari. E nulla faceva presagire il tragico gesto.
 Ma si tratta comunque dell'ennesima drammatica morte di una persona ristretta, la quarta dall'inizio del 2012 in una struttura di pena. Ieri a Trani e Torino, oggi a Barcellona Pozzo di Gotto e Genova. E altri tentativi di togliersi la vita sono stati sventati in queste ultime ore dagli uomini della Polizia penitenziaria a Messina e Vigevano''. ''Se la gia' e critica situazione penitenziaria del Paese non si aggrava ulteriormente e' proprio grazie alle donne e agli uomini del Corpo di Polizia - sottolinea Martinelli - che tra il 2010 e il 2011 sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita a piu' di 2.000 detenuti che hanno tentato di suicidarsi e impedendo che gli oltre diecimila atti di autolesionismo compiuti da altrettanti detenuti potessero degenerare''. ''L'unico appello che ormai ci sentiamo di fare e' al Capo dello Stato, sempre sensibile alle criticita' delle carceri - conclude Martinelli - penso che solamente la sua autorevolezza e la sua costante attenzione ai problemi del carcere, e quindi anche a quelli dei poliziotti penitenziari, possano contrastare l'indifferenza della politica alle problematiche del sistema".
(02 gennaio 2012 ore 21.32)

lunedì 2 gennaio 2012

Muore in cella, la madre accusa: "Ucciso"


Muore in cella,
la madre accusa: "Ucciso"

Le vittime Nel 2011 nelle carceri italiane sono morti 183 detenuti Fra questi ci sono stati ben 66 casi di suicidio

Trani, secondo i parenti era gravemente malato.
La Procura indaga per omicidio

FRANCESCO MOSCATELLI
TRANI
«Me lo hanno ucciso, me lo hanno fatto morire in cella da solo come un cane. Quando siamo andati a trovarlo a Natale era su una sedia a rotelle, aveva gli occhi chiusi, non parlava e si faceva persino la pipì addosso, aveva ai polsi persino i segni delle corde con le quali veniva legato al letto e mi dicevamo invece che stava simulando». Ornella, la madre di Gregorio Durante, il detenuto di 34 anni ritrovato senza vita ieri mattina nel penitenziario di Trani, lo ripeteva da settimane: «Mio figlio sta male, non deve stare in carcere». Anche gli altri familiari, che ieri hanno presentato una denuncia sollecitando la Procura di Trani ad aprire un’inchiesta per omicidio colposo, lanciano accuse pesanti: «Gregorio aveva i postumi di un’encefalite virale - raccontano -. In più, dopo che era stato costretto a rimanere tre giorni in isolamento diurno con l’accusa di aver simulato una malattia, le sue condizioni erano peggiorate».

Gregorio è morto nella notte di Capodanno, poche ore dopo il discorso in cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definiva «l’emergenza della condizione disumana delle carceri e dei carcerati uno dei limiti del nostro vivere civile». Gregorio, per le statistiche, è stato il numero 183. Tanti sono stati infatti i detenuti deceduti nel 2011 nelle sovraffollate prigioni italiane. I Radicali di Marco Pannella e le associazioni di volontariato lo denunciano da mesi: nel nostro Paese ci sono 68.144 persone stipate dentro strutture che non potrebbero ospitarne più di 45.654. Anche il penitenziario di Trani, 439 reclusi ma solo 233 posti letto regolamentari, non fa eccezione.

Ma è il dato sui suicidi quello che meglio descrive l’inferno delle carceri italiane. Delle 183 persone morte dietro le sbarre, infatti, più di un terzo (66 per l’esattezza) si sono tolte la vita. Un foglio appoggiato sulla branda o sul tavolino della cella per gridare per l’ultima volta la propria disperazione, un lenzuolo trasformato in un cappio, il gas di una bomboletta da campeggio o una lametta da barba per farla finita. Succede tutti i giorni. È successo anche nell’ultima notte dell’anno. Nel carcere torinese delle Vallette un detenuto romeno di 37 anni in attesa di giudizio si è ammazzato poco prima della mezzanotte, impiccandosi con un lenzuolo. Nel penitenziario abruzzese di Vasto, invece, un tunisino di 25 anni che ha tentato il suicidio tagliandosi le vene con una lametta da barba, è stato salvato dai compagni di cella che si sono accorti di quello che stava succedendo. Nelle stesse ore, infine, a Vigevano (Pavia), un detenuto italiano di 37 anni ha tentato di impiccarsi con una striscia di stoffa ricavata da un lenzuolo. Lo ha salvato in extremis un agente di custodia. E sono proprio i portavoce degli agenti di polizia penitenziaria a supplicare per l’ennesima volta un aiuto. «Si rischia il tracollo, governo e parlamento trovino con urgenza soluzioni politiche e amministrative per evitarlo» chiede il Sappe. Anche l’Osapp, l’altra sigla sindacale, invoca «misure veramente risolutive, non i palliativi che lasciano le cose come stanno».

Una risposta potrebbe arrivare a breve. Giovedì 4 gennaio, infatti, comincerà in commissione Giustizia al Senato l’iter del pacchetto Severino sull’emergenza carceri. Si tratta di misure che nell’arco di un anno potrebbero far uscire dai penitenziari circa 3.300 detenuti, estendendo a 18 mesi, dagli attuali 12, il periodo di pena finale da scontare a casa per le condanne non gravi.

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/default.asp

Contro il carcere


Contro il carcere

SE NON TI OCCUPI DI CARCERE È IL CARCERE CHE SI OCCUPA DI TE
Non voltarti dall’altra parte quando ascolti delle brutture del carcere!
Non far finta di nulla!
Il carcere è lì, e ti insegue nella tua vita quotidiana.
Non puoi sottrarti. La forme di controllo, le istituzioni totali si moltiplicano.
Alcuni anni fa il carcere ha partorito i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsioni), per controllare e sottomettere la forza lavoro migrante.
Ogni comportamento è sottoposto a controllo e sanzione, e così, dopo 33 anni dalla chiusura dei manicomi, si attua sempre più il Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso), con effetti devastanti, spesso omicidi, come il caso di Franco Mastrogiovanni, ucciso il 4 agosto 2009 dopo aver trascorso 90 ore legato al letto del reparto psichiatria  all’ospedale San Luca a Vallo della Lucania.
Negli Opg (Ospedali Pscichiatrici Giudiziari) vi sono rinchiuse oltre 1500 persone ancora oggi, nonostante il gridare allo scandalo dei benpensanti, dopo che la TV ha mostrato le sevizie e i trattamenti degradanti cui sono sottoposte le persone incatenate in quei lager.
Si intensificano i controlli per chi lavora attraverso normative restrittive sullo sciopero e  disciplina interna; mentre per chi non lavora oltre al controllo “economico”, dovuto alla necessità, vengono predisposti controlli da parte delle agenzie interinali.
I controllo su chi va allo stadio si moltiplicano, è stato introdotto il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e la “tessera del tifoso”; controlli per chi va in discoteca e per chi viaggia sulle strade; divieto di bere una birra dopo una certa ora in alcuni quartieri delle città.
Lo stesso carcere, ormai vecchio di 4 secoli, si rinnova differenziandosi sempre più per colpire comportamenti diversi. Oltre ai reparti a Elevato indice di Vigilanza (Eiv) e quelli strettissimi del 41 bis, fino all’ergastolo ostativo (obbligo di restare in carcere fino alle ultime ore di vita), una vera e propria condanna morte differita e altre differenziazioni vengono predisposte.
Nella scuola e nella famiglia il controllo e la disciplina assumono la forma di un biecomoralismo. Perfino nel momento della morte, lo Stato si arroga il diritto di decidere i tempi e le modalità di ogni intervento sul morente.
Restrizioni e controlli all’insegna dell’“emergenza” e della “sicurezza”. Capisaldi dell’ideologia dominante con cui si cerca di azzerare i problemi sociali, riducendoli a problemi di ordine pubblico. Isolando ogni volontà di lotta per farla passare come fatto patologico, malattia, malanno, disturbo, morbo, da curare e isolare perché può infettare.
Quindi “emarginazione” ed “espulsione” dal consesso sociale sono le azioni di controllo sociale verso tutti quei soggetti portatori di un qualsiasi problema: che sia una manifestazione di piazza, lo sbarco di persone senza documenti, l’opposizione alla costruzione di una nuova discarica e dell’Alta Velocità, l’occupazione di uno stabile da parte di chi non ha una casa, la lotta contro la disoccupazione, ecc.
Occuparci di carcere, oggi non è un optional, è una necessità per ciascuna e ciascuno di noi, se vogliamo liberare la nostra vita e non diventare passive propaggini di un sistema di potere sempre più totale.

PROSSIMI ANNI SENZA GALERE !!!                                            RadiOndaRossa

Volantino distribuito da RadiOndaRossa il 31 dicembre scorso durante l’appuntamento sotto il carcere di Rebibbia in Roma, in solidarietà con i detenuti e le detenute.

Le avventure della virtù: Le carceri del cittadino libero - di Nazzario Giam...

Le avventure della virtù: Le carceri del cittadino libero - di Nazzario Giam...: Sentiamo spesso parlare di sovraffollamento delle carceri italiane e dei giornalieri suicidi che avvengono nel loro interno; ma perché il...

L'insostenibile leggerezza del carcere


L'insostenibile leggerezza del carcere

Regole ferree che lasciano intravedere la perduta libertà. Volti severi che muovono alla ricerca di un sé diverso, ma cosa cambiare? Come recuperare il tempo perduto? Perché muoversi nell’incertezza di un «forse sarò…» quando non si conoscono altre vie che quelle intraprese? Forse il carcere è un destino dal quale non si può sfuggire?
La pesantezza del carcere è un’equazione caotica di algoritmi indecifrabili. Possiamo cogliere solo alcune coordinate spaziali nel vissuto che riesce a trasparire dagli sguardi e da un linguaggio a volte troppo lontano dalla grammatica per essere raggiungibile oppure nelle relazioni che riescono a maturare tra piccoli gruppi. Effimere come la permanenza, la cordialità, il desiderio di uscire da strette visioni egocentriche. Quelle che, più solide delle mura carcerarie, come edera confermano la propria presenza nel mondo. Sentimenti abbarbicati ad un solido nucleo interiore compongono la risultante di un’equazione che nessuna ipotesi scientifica può verificare. Ognuno presenta nello stesso momento variabili incontrollabili e laddove si riscontra un cambiamento, possibile risultato di rieducazione o più spesso di autorieducazione, non possiamo che considerarne la fragile validità.
Solo nella libertà potremmo verificare l’autonomia orientata al benessere collettivo.
L’unico dato certo per chi sceglie di avvicinarsi a questo mondo è invece “l’insostenibile leggerezza” del carcere. Chi vi opera infatti deve sopportare il peso delle malinconie che si accavallano e intersecano con bisogni e contraddizioni. Una volta fuori, passati i cancelli, non si dimentica quella confusione di emozioni e linguaggi diversi. Si ripensano per comprendere meglio come agire e ricavare un segno positivo che possa essere generalizzato ad altri o addirittura a quelle espressioni di devianza giovanile che attendono di essere fermate. Perché è lì che giace, ancora nascosta allo sguardo ma in agguato, l’insostenibile leggerezza. Pesantezza nelle scuole che non riescono a controllare i disagi degli studenti, motivare l’apprendimento o limitare l’insuccesso. Il più delle volte l’inizio di quella insostenibile leggerezza si coglie nella dispersione scolastica, drastica decisione che racconta la sfiducia nelle istituzioni, il crollo delle convinzioni. La leggerezza dell’essere, per dirla con Kundera, non si afferma in quegli spazi dove la festa impone le sue regole di oblio e di inconsistente vacuità. La ritroviamo sotto forma di responsabilità e solidarietà nelle persone che aprono i propri occhi per donare uno sguardo di fiducia. Ed è proprio in quello sguardo di com-passione che si svela in tutta la sua pesantezza l’insostenibile leggerezza dell’essere. E la reclusione in carcere non riesce a nascondere questa esistenza che per quanto velata, lontana dal mondo civile, si impone con tutta la sua esuberanza, emergendo dal sotterraneo inconscio del vivere civile. «Si ripeteva che non doveva arrendersi alla compassione, e la compassione lo ascoltava a testa bassa, come se si sentisse colpevole». Risuonano le parole di Kundera. Sembrano cucite addosso alla società del benessere, proiettata ad assolvere la funzione del consumo sfrenato, sorda ai richiami di “una parte di noi”. Umanità che attende la sua civilizzazione: mi riferisco alla società civile ancora certa di poter risolvere i problemi della sicurezza dimenticandosi di quel sé che, invece, emerge dalla palude dell’inconscio collettivo con rinnovata violenza ogni volta che gli viene negato di vivere. E quante voci ha la violenza! Tutte all’insegna della leggerezza in quei percorsi obbligati di cui l’uomo non ha coscienza perché è l’istinto primordiale della sopravvivenza ad avere la meglio, ad accordarsi con desideri di distruzione e autodistruzione. La scelta qui non ha scampo, la libertà si tramuta in necessità viscerale e l’autodeterminazione in egoismo e cattiveria. L’ethos scompare in un cumulo di cenere da cui attendiamo rinascere una fenice dalle piume nuove. Ma la scintilla di questa nuova vitalità non è più in mano agli dei celesti. Abbiamo istituzioni e leggi che possono assumersi il peso di tanta leggerezza, insostenibile per quella solida ma sottile maglia costruita dalle reti del volontariato sociale. Prevenire il reato è possibile finanziando l’attuazione di leggi già esistenti e rinvigorendo l’azione scolastica a più livelli per sganciare quelli che Piero Bartolini in testo ormai classico ha definito “ragazzi difficili” dalle grinfie della criminalità organizzata. Per la repressione c’è sempre tempo.

Francesca Rennis
26 gennaio 2011

fonte: http://con-fusioni.jimdo.com/