sabato 30 luglio 2011

Nuovo carcere, il commissario Ionta: “Non a Savona, idea impraticabile, ma a Cairo”

Giuramento scuola penitenziaria Cairo Montenotte


Cairo Montenotte. Tramonta definitivamente l’idea di un nuovo carcere a Savona. A mettere la pietra tombale è stato oggi il commissario straordinario per le carceri, Franco Ionta, a margine del giuramento degli agenti della scuola penitenziaria di Cairo. “La procedura messa in campo per il nuovo carcere a Savona deve essere abbandonata – ha detto a chiare lettere Ionta – E’ molto difficile da proseguire. Bisogna localizzare la costruzione del nuovo istituto altrove, sicuramente e fattivamente, perché l’attuale Sant’Agostino non è idoneo per la dignità dei detenuti e degli operatori di polizia penitenziaria che vi lavorano”.
Dopo anni di impegni e voci sulla nuova casa circondariale che avrebbe dovuto sorgere a Passeggi nell’area di Savona, il capo dell’amministrazione penitenziaria dichiara il capolinea dell’idea progettuale. La località, invece, è quella cairese. “Il Sant’Agostino deve essere al più presto sostituito con un’altra struttura. C’è la proposta del sindaco di Cairo che viene tenuta in perfetta considerazione. I tecnici stanno valutando pro e controindicazioni delle aree di Cairo Montenotte segnalate, stanno svolgendo una valutazione sulla loro funzionalità”.
Le aree valbormidesi sulle quali potrebbe essere edificato il nuovo istituto penitenziario sono quelle di Ferrania, in particolare si ipotizza una zona di 10 ettari in località La Marcella. Il commissario Ionta non si sbilancia: “Non entro nello specifico della zona in quanto, ripeto, i tecnici stanno ancora valutando e non voglio creare aspettative. E’ certa la necessità di fare un nuovo carcere che sostituisca il Sant’Agostino”.
Il commissario Ionta ha più volte sottolineato l’importanza della scuola di formazione della polizia penitenziaria a Cairo: “Qui gli agenti fanno scelte di vita e noi ne abbiamo bisogno. Quella cairese è una scuola prestigiosa, di lunga tradizione, e non abbiamo alcuna intenzione di chiuderla nonostante i problemi di bilancio nella gestione del sistema carcerario”.

fonte : IVG.it

… ti condanno a non finire in carcere


Libri: “Giustizia relativa e pena assoluta”, di Silvia Cecchi … ti condanno a non finire in carcere


Tempi, 28 luglio 2011

E se non fosse la detenzione il migliore dei sistemi possibili per “ottenere giustizia”? 

Il sorprendete saggio del magistrato Silvia Cecchi spiega cosa fare contro la “collera del diritto” in tempi di manette egualitarie
“Cerco solo giustizia”.

 Quando sentiamo pronunciare queste tre paroline siamo già in vista di un tintinnar di manette. C’è la vittima (o il rappresentante di un’associazione di vittime) che parla da qualche parte. Sarà un salotto lacrimante? Un corridoio di tribunale? Con tutt’intorno alle telecamere il grappolo di curiosi e supporter?
Siamo qui per trarre commercio dall’eccitazione sentimentale degli spettatori. Perciò quelle tre paroline sono sempre uguali. Sul set. Come dentro un articolo di giornale che, austero, ci sta spiegando per il ventesimo anno consecutivo perché a Palermo c’è solo quell’industria lì. Ecco forse la ragione vera per cui non viene mai in mente a nessuno il famoso “braccialetto elettronico”.
Ecco perché non si pensa e non si insegna a pensare che la forma retributiva di un delitto può consistere in una pena alternativa al carcere. Sembra aver l’aura di quelle istituzioni sorte con Adamo ed Eva: un po’ come la guerra del famoso soldato fatto prigioniero in Iraq, l’istituzione carceraria sembra fatta apposta “per rimettere a posto le cose rotte”. E dire che, al contrario, perfino il Logos sostiene fin da principio le pene alternative. Adamo ed Eva non vengono imprigionati dopo la violazione dell’Eden.
Vengono buttati fuori e condannati a lavorare. La paternità di questa osservazione è di Vittorio Mathieu. Filosofo che ha firmato la postfazione a un saggio di vibrante e brillante accento anti carcerario. E poi un saggio sorprendente. Perché l’autore non è uno psicologo, un assistente sociale o una vittima di malagiustizia, ma un magistrato, un pubblico ministero. Insomma, uno che fa questo mestiere di mandare in galera le persone.

Già il titolo è in controtendenza rispetto alla vulgata messianica: “Giustizia relativa e pena assoluta”. È l’ammissione di un limite insuperabile piuttosto che un’esaltazione della legge e dei suoi amministratori. L’autrice è Silvia Cecchi, sostituto procuratore a Pesaro. Agile e denso di osservazioni, molte delle quali frutto di vicende vissute in prima persona dall’autrice, il volumetto è appena uscito per i tipi di Liberi Libri, piccolo editore di Macerata, ma con una produzione interessante che spazia dalla saggistica storica a escursioni nella cronaca e nel dibattito di attualità.
Quello della Cecchi ha il pregio di abbracciare entrambi i campi, la storia e la cronaca, con sintesi e appropriatezza.

 Dunque, tanto per cominciare, la moderna istituzione ove c’è chi amministra (lo Stato guardia penitenziaria) e chi sconta le pene (i detenuti) nasce solo nel 1700. E nasce in conflitto di civiltà con il cristianesimo. Che nell’epoca più perfetta della storia (altro che “secoli bui”), il Medioevo, era privo di istituzioni carcerarie propriamente dette e si affidava a forme di restrizione della libertà che erano avventizie (reclusione in attesa del processo) o claustrali (in seguito a una condanna) e seguivano i principi del diritto canonico.
Tale diritto prevedeva la pena di morte (pena che giustamente il catechismo cattolico non ripudia totalmente ancora oggi), ma non esisteva l’idea di teorizzare la colpa e la pena in se stesse, farne oggetto di imperativo morale (come il categorico kantiano), di diritto dello Stato a punire e di dovere del reo di accettare la punizione. Fino all’illuminismo e alle sue prime giustificazioni teoriche-filosofiche (in Kant, Hegel e Feuerbach), spiega la Cecchi, “la pena carceraria è una pena residuale e
sussidiaria rispetto alla pena pecuniaria, assolutamente predominante in periodo medievale, nel ruolo collaterale alle pene capitali e alle pene corporali”. Muri, chiavi, blindi, catene Mutatis mutandis, oggi non occorre essere cristiani per riscoprire la razionalità e l’equilibrio di un sistema (quello medioevale) che era molto più pratico e molto meno dispendioso per la collettività di quello attuale, ipocritamente egualitario e obbligatorio per ogni reo.

Oggi però, avverte la Cecchi, non foss’altro che per gli errori giudiziari e la situazione catastrofica in cui versano le carceri italiane, si avverte la necessità di trovare misure cautelative alternative. Il nostro circuito penitenziario scoppia di detenuti in attesa di giudizio che, secondo le statistiche, almeno per il 40 per cento, saranno dichiarati innocenti. E allora, si chiede la Cecchi, cosa osta a questa ricerca razionale e giuridica di una giustizia “mediativa, riparatoria, restituiva, conciliativa”?

Il problema, par di capire, è un pò quello delle case farmaceutiche che vanno forte con un certo medicinale: per quale ragione dovrebbero finanziare la ricerca di un’altra molecola, magari più efficace ma alternativa all’altra che intanto garantisce a una certa industria remunerazione e successo? Così, osserva la Cecchi, “la sopravvivenza, nell’ordinamento, di una sanzione penale afflittiva-retributiva come è quella carceraria attuale è l’ostacolo maggiore all’affermazione di una giustizia mediativa e ripartiva”.

Ma la pena ci deve essere e dev’essere afflittiva, “per una ragione di simmetria” come pensa il cattolico Mathieu? Siamo sempre lì, senza fantasia e depressi a subire l’ideologia dell’egualitarismo (astrazione indifferente a qualsiasi avvenimento): “Il colpevole ha diminuito la libertà di altri e la sua libertà deve subire una diminuzione corrispondente” (Mathieu).

Dunque nel mezzo dell’epopea delle “manette egualitarie”, dove perfino i radicali finiscono (per la prima volta nella loro storia) a votare l’arresto di un collega deputato, cresce la voglia anche tra i magistrati di smarcarsi da un pensiero unico dominante che accarezza l’audience, vuole il sangue e cerca la plebaglia. Non è la prima e non è il solo magistrato Silvia Cecchi. Abbiamo visto il Procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio discutere con l’avvocato e neosindaco di Milano di giustizia minacciata dai giustizialisti. E abbiamo sentito con quale precisione chirurgica e scientifica il presidente di Corte di Appello di Bari Vito Marino Caferra ha scritto di Giustizia e i suoi nemici. Guido Brambilla, magistrato di sorveglianza a Milano, ha espresso su queste pagine la propria personale pena sul “declino del diritto penale”. “Non solo la stessa logica del “processo” sarebbe ormai desueta, ma anche gli stessi concetti tradizionali di evento, di colpa, di punizione” ha sintetizzato Brambilla.

Così, ponendosi nelle stessa linea dei magistrati non politicizzati e piuttosto coscienti dei propri limiti, anche Silvia Cecchi mostra nel suo libello di non credere a quella “collera del diritto” che è la pena carceraria. E non ci crede non per ragioni umanitarie, religiose o socio-psicologiche. Non ci crede perché “il problema della pena carceraria risiede innanzitutto nel suo essere un male”. Sia per la sua antigiuridicità che si esprime in prevalenza assoluta della ragione retributiva su ogni altra funzione (educativa) raccomandata dalla Costituzione. Sia per il suo essere “congenitamente vendicativa, indebitamente afflittiva, perché totalizzante, sì che resterebbe tale anche là dove venissero soppressi o mitigati i muri, le chiavi, i blindi e le catene”.
 fonte: RISTRETTI.it



venerdì 29 luglio 2011


IL COLLE EVOCA L'AMNISTIA MA NON PUO' 


Europa - 29 luglio 2011
"Carceri emergenza assillante, non escludere nessuna ipotesi"
di Gabriella Monteleone
Non se ne farà niente, lo sanno tutti. A cominciare da Marco Pannella che ha speso una vita e ricorrenti scioperi della fame e della sete per affermare il diritto dei cittadini ad una «giustizia giusta». In cuor suo ne è consapevole anche il presidente della repubblica, che ci ha messo molto di suo nel convegno organizzato dai radicali nella sala Zuccari del senato con il gotha giuridico e giudiziario del paese per discutere soprattutto di quell'«emergenza assillante» - parole di Napolitano - che sono le carceri e che definire sovraffollate «è un eufemismo». Non se ne farà niente di un possibile provvedimento di amnistia e indulto che pure viene evocato dal capo dello stato quando invita ad affrontare la situazione «senza trascurare i rimedi già prospettati» ma anche «non escludendo pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rendersi necessaria». Pannella si incarica di esplicitare la richiesta con la consueta passione civile di chi guarda da sempre «ai diritti degli ultimi e non dei privilegi di pochi o di tanti», ma le premesse politiche per una tale iniziativa che comporta una maggioranza di due terzi del parlamento, e che pure Napolitano chiama in causa direttamente, mancano. È lo stesso capo dello stato a riconoscere che «la politica appare oggi debole e irrimediabilmente divisa, incapace di produrre scelte coraggiose, coerenti e condivise». Ecco, mai un'amnistia sarebbe più impopolare e improponibile, con l'antipolitica che monta, le inchieste giudiziarie che si moltiplicano, il paese tutto sull'orlo dello sconforto e non solo. Anche se solo la Lega si incarica, subito, di dire un No esplicito e il sito de Il Fatto quotidiano, da par suo, interpreta: «Di fronte alle inchieste che colpiscono destra e sinistra ripartono le grandi manovre per evitare una nuova Mani pulite». Napolitano, in realtà, dice molto di più: «Evidente è l'abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena e sui diritti e la dignità della persona. È una realtà non giustificabile in nome della sicurezza che ne viene più insidiata che garantita». È un j'accuse esplicito alla politica adottata dal centrodestra del "più galera per tutti", dove i tutti sono solo immigrati, tossicodipendenti e poveracci: si è iniziato nel 2002 con la Bossi-Fini, poi con l'ex Cirielli nel 2005 e a seguire, nel 2006, con la Fini-Giovanardi, quindi il pacchetto sicurezza a firma Maroni: è anche grazie a queste leggi che tra il 2007 e il 2011 i detenuti sono triplicati: 67.174 persone a fronte di una capienza di 45.551. E ciò nonostante l'indulto varato nel 2006 che ne fece uscire 26mila (solo una piccolissima percentuale è rientrata, checché ne dicano i soloni securitari). «Una realtà che ci umilia in Europa» dice un Napoletano preoccupato che sollecita «risposte dalla politica». Il neo guardasigilli Palma promette di depenalizzare i reati per affrontare la situazione. Bene. Per ora però, dal governo, arriva solo la fiducia per allungare i processi e far prescrivere i reati (certo quelli di cui è accusato il premier, ma anche quelli di mafia). Il capo dello stato chiede uno scatto, una svolta «non foss'altro per istinto di sopravvivenza nazionale». Ma sembra prevalere solo quella personale.

fonte: emmabonino.it

giovedì 28 luglio 2011

Francesco Nitto Palma: ricordiamolo così



Immunità, assenze, gatti parlanti e problemi rettali: lo ricordiamo così.

Il Senatore Pdl Francesco Nitto Palma è il nuovo Ministro della Giustizia. Dopo 10 anni di Parlamento, ci piace ricordarlo così.

  • Nel 2002 ha dato il nome al famoso "emendamento Nitto Palma", che mirava a reintrodurre l'immunità parlamentare, suo chiodo fisso.
  • Magistrato di lungo corso, piace molto al Premier Berlusconi. Chissà perché.
  • Grande appassionato di calcio, è stato membro del Comitato organizzatore di Italia '90.
  • Ha difeso l'amico Cesare Previti - appena condannato ad 11 anni di carcere - nel salotto televisivo di Bruno Vespa.
  • 2003, meno processi per tutti: altroché Lodo Alfano, per Nitto Palma ci vogliono scudi per tutti quanti: per il Presidente del Consiglio, per il Presidente della Repubblica, per i Presidenti di Camera e Senato, per tutti i Ministri, per tutti i Parlamentari, per tutti i Giudici Costituzionali, per tutti i Governatori e per tutti gli Assessori Regionali, fino a fine mandato, e processi bloccati anche per i coimputati. Non so se rendo.
  • Fallito il progetto "scudo planetario", ritorna all'attacco un paio d'anni dopo, con la "Ex-Cirielli", letale nel ridurre i termini della prescrizione e perfetta per salvare Cesare Previti.
  • Nel 2007 l'ultima battaglia degna del suo nome: no alla riduzione dello stipendio dei parlamentari.
  • Assente nell'85% delle votazioni parlamentari, non si è mai perso una legge ad personam.
  • Ha scritto il libro "Fatti onore papà", tra flash-back e gatti parlanti.
  • Acerrimo nemico dei magistrati di Tangentopoli, ha fatto archiviare - o "affossare", come scrive qualcuno - alcune inchieste eccellenti, vedi Gladio.
  • 28 luglio 2011: a poche ore dal suo insediamento al Ministero della Giustizia - alla faccia del processo breve, alla faccia del "dialogo con tutti" - la maggioranza pone la fiducia sulla norma ad personam chiamata "allunga-processi".
A parte Previti, immunità e leggi vergogna, tra le tante, in questi 10 anni Nitto Palma è stato primo firmatario o co-firmatario delle seguenti iniziative parlamentari (XIV e XV legislatura):
  • (2485) Rifinanziamento per il restauro e il recupero delle Ville venete.
  • (2109) Disciplina del settore dello spettacolo.
  • (2352) Disposizioni per il monitoraggio dell'umidità dei cereali.
  • (3630) Legge quadro per la determinazione delle regole di condotta dello sciatore e per l'utilizzo delle piste da sci.
  • (2727) Interventi in favore dei soggetti incontinenti, stomizzati e portatori di malformazioni ano-rettali.
  • (2679) Disciplina della professione di insegnante di tennis.
  • (4058) Modifiche in materia di inserimento del falco e del falconiere intesi come ausiliari nei servizi aeroportuali per garantire la sicurezza dei voli.
  • (1297) Istituzione del Consorzio di ricerca e sviluppo dell'energia nucleare.
  • (1150) Istituzione della provincia pedemontana di Bassano del Grappa.
  • (1762) Misure urgenti a tutela e salvaguardia della danza, del balletto e dei corpi di ballo.
fonte: non leggere questo blog

Bonino ad Affari: "Amnistia subito e poi la depenalizzazione"


Di Tommaso Cinquemani

emma bonino
"Darò priorità al problema del sovraffollamento delle carceri attraverso un programma di depenalizzazione dei reati minori".Così Francesco Nitto Palma, neo ministro della Giustizia, annuncia una svolta per risolvere il problema dei nostri penitenziari.E dalle sue parole traspare la volontà non solo di depenalizzare, ma anche di varare un indulto per svuotare subito le carceri. "Certo, noi come radicali potremmo appoggiare un'amnistia". Emma Bonino, esponente di primo piano del partito Radicale, sceglieAffaritaliani.it per raccogliere la proposta del ministro. "Bisogna sicuramente depenalizzazione i reati minori per cui dovrebbero essere previste delle pene alternative e non certo il carcere".

Il neo ministro alla Giustizia, Francesco Nitto Palma, ha affermato che una delle sue priorità sarà quella di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Appare possibile una amnistia e la depenalizzazione delle carceri, voi l'appoggereste?
"Certo, noi come radicali potremmo appoggiare una amnistia. Le carceri sono strapiene e devono essere liberate di almeno un terzo dei reclusi".
Ok all'amnistia quindi, e la depenalizzazione?
"Bisogna sicuramente depenalizzazione i reati minori per cui dovrebbero essere previste delle pene alternative e non certo il carcere. Bisogna prevedere i lavori sociali, i domiciliari e soggiorni in comunità. Pensiamo agli immigrati che sono in prigione perché tali, senza aver commesso neppure un reato. Amnistia e depenalizzazione fanno parte di un pacchetto di riforme che i radicali chiedono da anni".

francesco nitto palma
Francesco Nitto Palma - Ministro della Giustizia
Quindi i radicali concordano sulla linea del neo-ministro Palma?"Le riforme impostate dal Guardasigilli sono come quelle che vorrebbero i radicali. Salvo che evita di dire che bisogna incominciare dalla testa.
Si spieghi meglio?
"Secondo i radicali bisogna iniziare dall'amnistia. Depenalizzare riguarda il futuro, ma all'oggi chi ci pensa? Le carceri stanno scoppiando. La capienza è ormai quasi raddoppiata, dobbiamo prendere dei provvedimenti drastici. Questo non vuol dire lasciare a piede libero pericolosi nemici pubblici, ma c'è molta gente che in un Paese civile non dovrebbe neppure starci in carcere".
Quali reati vorreste depenalizzare?"Innanzitutto questi stranieri che sono in carcere solo perché sono entrati illegalmente, per il loro status, non per un comportamento illecito. E poi tutta una serie di reati per le quali ci sono pene alternative come droga, piccoli crimini o reati amministrativi per cui ci dovrebbero essere sanzioni amministrativi e non penali. Bisogna utilizzare meno la custodia cautelare in carcere. Ci sono una serie di situazioni che potrebbero essere risolte in altro modo piuttosto che rinchiudendo le persone. Per depenalizzare devi fare delle leggi e nel nostro Paese ci impiegano anni per farle e non possiamo aspettare".

fonte: http://affaritaliani.libero.it/

Piccole storie dall'universo carcerario

Ci sono storie, piccole storie, che raccontano più di tante analisi e di tanti discorsi. Perché poi solo in apparenza sono piccole storie.di Valter Vecellio
Andiamo a Massa, in Toscana. Nel carcere di Massa c’è un detenuto, si chiama Salvatore Iodice. Forse è colpevole, forse no, non importa saperlo. Il signor Iodice prima di essere incarcerato, in quel carcere ci viveva buona parte della sua giornata, perché ne era il direttore. Lo accusano di aver pilotato delle gare per la realizzazione di lavori proprio di quel carcere. Chissà. A noi interessa quello che dice: “Sono stato arrestato nel luglio 2010; ho vissuto in isolamento, in un ambiente angusto e malsano. 
In piena estate sotto il letto crescono i muschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di socialità. Solo quando manca un mese dalla scarcerazione l’isolamento finisce. Per 20 giorni non ho potuto ricevere lettere, ho potuto chiamare casa dopo 30. A farmi compagnia tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. E ora se nessuno mi darà una spiegazione sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come strumento di tortura. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante, chi toglie la libertà ad una persona ha l’obbligo morale di garantire i diritti minimi. Ogni Pubblico Ministero sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Mentre gli inquirenti acquistavano visibilità, io ero alla gogna”. 







   Un’altra piccola storia. La racconta Salvo Fleres garante dei detenuti in Sicilia. La storia che racconta è quella di un detenuto, il signor Francesco Cardella. Anche in questo caso non sappiamo cos’abbia fatto il signor Cardella, e neppure interessa. Forse è innocente, forse no. Il signor Cardella ha praticamente perso tutta la famiglia in un incidente stradale. Proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto svolgersi un colloquio ha perso le due figliolette di 8 e 2 anni; la suocera, i cognati. Una strage. L’unica sopravvissuta è la compagna, ricoverata in ospedale a Palermo. Cardella, deve solo trascorrere altri tre mesi in carcere, chiede di poter essere trasferito a Palermo, per poter sostenere la sorella e appoggiarsi ai fratelli. Aspetta che la burocrazia prenda una decisione. Magari arriverà quando avrà finito di scontare la condanna.

   Terza piccola storia, riguarda uno dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani, uno tra i peggiori, quello di Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono strutture che non dovrebbero esserci, che dovrebbero essere state abolite. Ma ci sono, non sono state abolite. E in quelle strutture che sono carceri che non dovrebbero essere carceri ma luoghi di cura, sono detenute alcune migliaia di persone, alcune delle quali hanno commesso crimini orribili, ma che sono dichiarate incapaci di intendere e volere, e dunque andrebbero curate, assistite; e invece vivono come detenuti, condannati come detenuti. 

   Ma occupiamoci di Barcellona Pozzo di Gotto. I senatori Ignazio Marino e Donatella Poretti, presidente e vice-presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale piombano senza preavviso in quell’ospedale psichiatrico giudiziario, ed effettuano una ricognizione dei reparti, da cui emerge, cito le loro parole, "l'elevata e drammatica criticità. Con una disponibilità di risorse sempre più esigua, la situazione resta preoccupante: oltre 360 pazienti-detenuti, locali che richiedono manutenzione urgente,  personale insufficiente”. E’ quello che succede un po’ ovunque. Ma solo in Sicilia accade che da tempo immemorabile la Regione non recepisce il Decreto per il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario regionale; e gli accordi della Conferenza Stato-Regioni restano inattuati.

   C’è un prete. Un prete di buona volontà, don Pippo Inzana; è cappellano di Barcellona Pozzo di Gotto. Dice che c’è carenza di acqua, sovraffollamento, personale insufficiente, celle con letti a castello che ospitano fino a 10 persone e il letto di contenzione, che ancora si utilizza, anche se più raramente. Di fronte a tutto ciò, e senza il sostegno delle istituzioni competenti, anche il direttore, nonostante la sua intraprendenza, sensibilità e apertura, è impotente.

   Chiudiamo con il carcere di Siracusa acqua razionata, 15 o 20 minuti al giorno. Il signor Davide Amenta, deve scontare una condanna a trent’anni per omicidio. Racconta che nel momento in cui vengono aperte le docce l’acqua arriva o gelida o caldissima, col rischio di ustionarsi. Oltre al problema dell’acqua, che nessuno è mai riuscito a risolvere,  c’è quello del sovraffollamento. In celle di pochi metri quadrati devono coabitare anche quattro detenuti. La situazione è destinata ulteriormente ad aggravarsi per gli arrivi di nuovi reclusi  distribuiti nelle varie sezioni, nonostante siano tutte stracolme. Altra nota dolente è quella del servizio sanitario: il detenuto che intende farsi visitare dal medico deve mettersi in lista d’attesa almeno tre mesi prima. 
  Può bastare, per ora.
  
fonte: http://www.articolo21.org/index.php

mercoledì 27 luglio 2011


Ecco chi è il nuovo ministro della Giustizia


Nitto Palma è il nuovo Guardasigilli. Ex magistrato, in questa legislatura ha ricoperto il ruolo di sottosegretario al Ministero degli Interni
nitto palma e1311782387786 Ecco chi è il nuovo ministro della GiustiziaPochi minuti fa il Presidente della Repubblica ha nominato Nitto Palma ministro della Giustizia. Si tratta di un ex magistrato, senatore Pdl e sottosegretario all'Interno. Come magistrato ha ricoperto l’incarico di Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia dal gennaio 1993 al dicembre 1994 e dal gennaio 1996 fino all’aprile 2001. Dal dicembre 1994 al novembre 1995 è stato Vicecapo di gabinetto e direttore dell’Ufficio Relazioni Internazionali del Ministero di Grazia e Giustizia.
E' stato eletto poi alla Camera dei Deputati nel 2001. Qui è stato Presidente della Commissione Giurisdizionale per il personale della Camera dei Deputati, componente della Commissione Affari Costituzionali, componente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa, componente della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Nel 2006 si candida e viene eletto al Senato della Repubblica. Nella Camera "alta" ha ricoperto l’incarico di Vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, e componente della commissione anti-mafia
E' stato rieletto al Senato come capolista in Calabria il 13 aprile 2008. In questa legislatura è stato sottosegretario di Stato con delega per le materie di competenza del Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, per le materie di competenza dei Dipartimento per le politiche del personale dell'Amministrazione civile dell'interno e per le risorse strumentali e finanziarie e per le materie di competenza del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali relative alla Direzione Centrale per l'amministrazione generale e per gli Uffici territoriali del governo.
Qualcuno lo ricorderà quando nel 2002 presentò un emendamento che prevedeva il blocco totale di indagini e processi sui parlamentari per tutta la durata del loro mandato, antesignano di un super lodo Alfano. In quell'occasione fu costretto a ritirarlo per pressioni interne alla stessa maggioranza, anche perché poteva apparire come uno sfacciato tentativo di salvare il suo amico Cesare Previti, imputato in diversi procedimenti per corruzione. Un falco, nonostante le sue origini di Magistrato. Secondo il Fatto Quotidiano Palma detesterebbe "Magistratura democratica".
fonte: http://www.dirittodicritica.com/

Ciao, sono il nuovo Ministro della Giustizia.

fonte: Non leggere questo Blog!

Angelino Alfano si è dimesso. Francesco Nitto Palma - meglio conosciuto come "L'amico di Previti" - è il nuovo Ministro della Giustizia. Chissà quali sono le sue priorità.