lunedì 2 maggio 2011

Giudici:matti da legare!


«Questi giudici sono doppiamente matti!
Per prima cosa, perchè lo sono politicamente,

 e secondo sono matti comunque. 

Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, 

devi avere delle turbe psichiche. 

Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente 

diversi dal resto della razza umana»
 
(Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003)

Paesi Arabi: ancora morte




Una decapitazione in Arabia Saudita


ARABIA SAUDITA: DUE DECAPITATI PER OMICIDIO

28 aprile 2011: due uomini sono stati decapitati in Arabia Saudita dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio, in due casi distinti.
La notizia è stata diffusa dal Ministero degli Interni, precisando
che i giustiziati sono cittadini sauditi.
Ali bin Nasser al-Harthi è stato giustiziato nella provincia
sud-occidentale di Asir in relazione all’omicidio con arma da fuoco
di Abdullah bin Saed al-Harthi, commesso per vendetta.
Khaled bin Mohammed al-Dosari è stato giustiziato a Riad
 per aver ucciso con arma da fuoco tre uomini, dopo una lite
col padre di una delle tre vittime.
Nel Paese si sono registrate almeno 166 esecuzioni nel 2007,
almeno 102 nel 2008 e 69 nel 2009.
Il 18 dicembre 2008 e il 21 dicembre 2010 l’Arabia Saudita
ha votato contro la risoluzione per una moratoria
delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

BAHRAIN: QUATTRO MANIFESTANTI CONDANNATI A MORTE
28 aprile 2011: quattro uomini sono stati condannati a morte da un tribunale militare del Bahrain per le uccisioni di due poliziotti, avvenute nel corso delle dimostrazioni anti-governative del mese scorso.
I quattro condannati a morte sono stati identificati come:
Ali Abdullah Hassan al-Sankis, Qassim Hassan Matar,
Saeed Abduljalil Saeed e Adbulaziz Abdulridha Ibrahim Hussain.
Nello stesso processo, altri tre imputati - Issa Abdullah Kadhim Ali, Sadeq Ali Mahdi e Hussein Jaafar Abdulkarim – sono stati condannati all’ergastolo.
Tutti e sette hanno respinto le accuse.
Le condanne di oggi giungono sulla scia delle massicce
proteste per una maggiore democratizzazione del Bahrein,
 dove una famiglia reale sunnita governa una popolazione
a larga maggioranza sciita.
La piazza, sollevatasi a marzo sull'onda della primavera araba
di Tunisia ed Egitto e' stata duramente repressa dalle autorita'
 di Manama con l'ausilio delle forze armate di Arabia Saudita
e Emirati Arabi Uniti, entrambi membri, come il Bahrein,
delle forze armate congiunte dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

domenica 1 maggio 2011

Ergastolo ostativo : cos'è e come se ne esce




stupratori, pedofili e tutti coloro che ledono una persona 
fino ad ucciderla.
Si tratta di  una pena che viene data per reati di 

associazione a delinquere, 

per intenderci non è previsto l’ergastolo ostativo per 
















A lottare contro questo tipo di ergastolo ed a cercare di dar voce agli internati vi è l’'Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", fondata nel 1973 Don Oreste Benzi ed attiva nel vasto ambiente dell'emarginazione e della povertà. Tra le altre attività dell’associazione vi è quella di occuparsi di carcerati ed in quest’ottica, da alcuni membri de gruppo particolarmente dediti al problema è nato da circa un anno il blog “Urla dal Silenzio”, nome anche dell’omonimo gruppo su Facebook, con l'intento di far conoscere a tutti la disumana realtà dell'ergastolo ostativo; il blog è diventato nel tempo la voce degli ergastolani con testi, poesie, drammatici racconti di vita pubblicati di volta in volta. Incontriamo una delle responsabili del progetto “Urla dal Silenzio”, Nadia Bizzotto:

"Quando parliamo di ergastolani ostativi non stiamo parlando di pedofili o di gente che ha ammazzato figli e mogli; stiamo parlando di chi è stato condannato per reati di associazione mafiosa. Il carcere ostativo è per gli imputati che hanno preso l’ergastolo per reati di mafia e sono ostativi perché nessuno di loro collabora con la giustizia; chi non collabora non ottiene i benefici penitenziari. Ma è bene precisare che il padre di famiglia che rimane dentro perché ha scelto di non collaborare non lo fa sempre per scelta consapevole o omertà, ma è anche paura di ripercussioni su loro stessi una volta usciti o sulla loro famiglia. 

Gli ergastolani in Italia oggi sono circa 1400, la stragrande maggioranza dei quali provenienti dal sud; l’ostatività nasce dall’inasprimento delle pene come risposta dello Stato dopo i reati di mafia, più o meno negli anni 90. La maggior parte di loro ha già scontato all’incirca 20 anni e l’ergastolo ostativo sta venendo fuori adesso perché, dopo i 20, normalmente uno può chiedere la semi - libertà. A tutti quanti è stata negata poiché in base all’art. 4 bis non vi è traccia nelle loro cartelle di collaborazione con la giustizia. Non è che uno nasce con l’ergastolo ostativo; molte volte non si sa neanche di averlo finchè non si scopre che la magistratura ti rifiuta i benefici in quanto non risulti collaboratore.
Quando andiamo in carcere a parlare con loro sappiamo bene che di fronte non abbiamo dei santi; se stanno lì dentro è perché hanno commesso reati. E lo sanno anche loro; io però cerco di relazionarmi con l’uomo che ho davanti adesso, non con il colpevole di 20 o 30 anni fa che non è più il ragazzo di allora. È ’un uomo che non ha alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morto. Un ragazzo di 18 anni per quante ne possa ave fatto non può essere il boss della mafia che ha distrutto l’Italia, può esser stato al massimo manovalanza a servizio della mafia. Persone che sanno di aver fatto errori molte volte anche grossi, che stanno pagando e che vogliono pagare e che l’unica cosa che chiedono è una data certa. Ormai sono anni che li conosciamo, abbiamo rapporti quasi familiari con alcuni d loro. Addirittura con le famiglie dei detenuti, con i figli, con le mogli, siamo spesso in contatto anche perché il dramma dell’ergastolo si ripercuote non solo su chi lo sconta ma su tutta la famiglia.
 In carcere, per ottenere i benefici occorrono il diritto ed il merito: per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se hai fatto un percorso tale per cui psicologi, direttore del carcere ecc.. possano presentare una relazione su di te e su quanto tu sia cambiato; non ne hai diritto perché non ha collaborato. Allora qui il principio educativo non c’è proprio, il famoso art. 27 non serve assolutamente a niente. Che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai; educarlo per cosa, per portarlo alla tomba? Il nostro è uno Stato che per certi versi ha una giustizia assolutamente lassista e ch per altri, invece, fa pagare in maniera ingiusta e spropositata.


Fonte: LAVERACRONACA - Giornale on line di inchieste e cultura

 L'ergastolo ostativo è ripugnante e indegno per una democrazia del diritto ad essere persone giuste (Prof . Giuseppe Ferraro, Docente di Filosofia Università Federico II, Napoli).


FINE PENA MAI è una condanna che non lascia speranza. Tanti anni di carcere invece trasformano le persone, e la società deve riconoscere tutto questo. Il mio compagno era un ergastolano. Due anni fa le istituzioni (direttore del carcere, psicologa, assistente sociale, educatrice...) avevano fatto per lui la domanda di grazia al Presidente della Repubblica. A giugno il rigetto. La giustizia in contrapposizione con se stessa. Dov'è andato il valore della rieducazione? Lui è morto il 12/11/09 (R. P.).


'L'UOMO NON E' IL SUO ERRORE" (Marinella Larcher, Laives BZ)


Sua Santità,
siamo un monastero di Clarisse Cappuccine italiane.
Ci uniamo alla petizione degli ergastolani, sostenuta dalla Comunità papa Giovanni XXIII per l'abolizione dell'ergastolo ostativo. Da anni siamo in corrispondenza epistolare con alcuni del carcere di Parma e condividiamo le loro sofferenze, soprattutto la mancanza di speranza in un futuro diverso. Alcuni di loro si sono riavvicinati a Dio in carcere e stanno facendo un serio cammino di conversione. Chiediamo che anche per loro ci sia una possibilità di riscatto. Ringraziandola per il suo prezioso servizio alla chiesa, chiediamo la benedizione apostolica
.



 fra noi c’è un detto, il carcere non si augura neppure al peggior nemico, quindi come potrei mandarci un amico che si è rifatto una vita, che si è sposato, che ha dei figli e che lavora onestamente?
Chi ama la propria compagna rispetta anche la donna degli altri.
Chi ama i propri figli ama anche i figli degli altri.
Chi ama la propria libertà ama ancora di più la libertà degli altri.
Alberto, non penso di essere un criminale io, ma penso che sia più vigliacco e criminale lo Stato che dopo venti anni di carcere, per farmi uscire, mi chiede di mettere in cella un altro al posto mio.
Alberto, l’ho detto tante volte, molti ergastolani sono colpevoli di non essere riusciti a farsi ammazzare perché in certi ambienti criminali sia i vivi che i morti cercavano di ammazzarsi l’uno con l’altro.
Alberto, io non sono stato condannato per morti innocenti e non basta essere morti per diventare innocenti, come non dovrebbe bastare essere riusciti a sopravvivere per diventare colpevoli per sempre.
Alberto, io in carcere non ci metterei nessuno, ci potrebbero essere tanti modi per scontare una pena, come per esempio lavorare in un Pronto Soccorso come volontario o spazzare le strade della propria città.
Alberto, è difficile diventare persone migliori chiusi in una cella tutto il giorno senza fare nulla, senza nessun futuro e senza speranza.
In questo modo anche il peggior criminale diventa innocente e voi là fuori diventate tutti colpevoli.
Alberto, da un paio di giorni mi hanno di nuovo respinto la semilibertà perché non collaboro con la giustizia: i buoni mi fanno ancora più paura dei cattivi.
Alberto, i buoni mi fanno sempre più paura e incomincio a provare tanta pena per loro perché probabilmente sono più infelici di me se odiano a tal punto le persone che sbagliano da tenerle murate vive per tutta la vita.
Alberto, molti ergastolani che hanno l’ergastolo ostativo, senza nessuna possibilità di uscire, se non parlano come ai tempi dell’Inquisizione, o non rinunciano a difendere la loro innocenza, moriranno in carcere.
Alberto, buoni o cattivi, ogni uomo è l’uno e l’altro.
Il mio cuore  da uomo ombra ti sorride.
Carmelo
Spoleto, 03/02/2011



Cari amici,
vi scrivo per chiedervi, se potete e se volete, di inserire nei vostri rispettivi siti,  il link al blog degli ergastolani ostativi:
al fine di diffondere il più possibile questa realtà di sofferenza purtroppo ignorata quasi da tutti.
Io fino a poco tempo fa non sapevo cosa fosse l’ergastolo ostativo, io pensavo che esistesse solo l’ergastolo “normale”, pensavo che in Italia, alla fin fine, il vero ergastolo non lo facesse più nessuno perché tutti dopo 15/20 anni di reclusione uscivano dal carcere, poi invece ho scoperto che in Italia non è così.
Ho scoperto che in Italia esiste ancora l’ergastolo ostativo, cioè il “fine pena mai”, in Italia ci sono persone in carcere da 30/40 anni senza nessuna prospettiva di uscire.
La televisione in genere dà sempre notizie del tipo: “Tizio, condanno all’ergastolo per aver ucciso tante persone, solo dopo 5 anni di carcere, è libero”.
La televisione e la Stampa non dicono mai: “Tizio, condannato all’ergastolo, dopo aver fatto 30/40 anni di carcere, dopo essere diventata una persona migliore, è morto in carcere da solo lontano dai suoi cari” .
La gente spesso resta male informata o parzialmente informata e si crea l’opinione che alla fin fine nessuno sconta veramente la pena e l’ergastolo non lo fa più nessuno, anzi neanche 20 anni fa più nessuno, troppo spesso i mass media dando solo notizie parziali della realtà carceraria, fanno creare l’opinione comune che in carcere alla fin fine si fa la bella vita usando i soldi dei contribuenti.
Io sono stata una di queste persone finché non ho toccato con mano la grande sofferenza che vi è nei carceri che hanno ergastolani ostativi.
L'ergastolo ostativo non prevede nessun beneficio, mai un giorno di permesso: anni e anni, decenni, senza mai un giorno fuori dal carcere, senza mai un Natale in famiglia, senza mai un abbraccio libero con i propri cari. Tutto questo per reati commessi anche 20-30- 40 anni prima.
Gli ergastolani ostativi stanno isolati per 23 ore al giorno, ognuno in una cella singola di 3 metri x 2. Hanno solo un'ora d’aria al giorno, per 23 ore al giorno stanno da soli (isolati) senza parlare con nessuno. Inoltre non hanno MAI avuto un giorno di permesso, quindi è da più di 20/30 anni che non mettono piede fuori. Hanno tutti problemi alla vista e problemi di deambulazione perché non camminano più per lunghi tratti. Inoltre vedono i propri familiari pochissime volte perché ogni detenuto ostativo è messo appositamente in un carcere che si trova dal lato opposto dell’Italia rispetto alla propria famiglia.
L'Italia è l'unico paese dell' Unione Europea ad avere ancora l'ergastolo. In tutti gli altri paesi europei l'ergastolo normale e quello ostativo sono stati abrogati già da 10/15 anni, negli altri paesi europei la pena massima è 30 anni.
L'Italia è contro la pena di morte ma comunque con l'ergastolo ostativo uccide indirettamente perché tenere una persona in quelle condizioni per sempre e senza nessuna prospettiva di uscire è un'istigazione al suicidio. Infatti tantissimi ergastolani ostativi si suicidano tutti i giorni (ma la televisione queste notizie non le da).
In questo blog   ci sono raccolte le testimonianze degli ergastolani ostativi. Con linguaggio semplice gli ergastolani hanno scritto raccontando a quali trattamenti disumani sono ogni giorno sottoposti. Molti soprusi che essi subiscono da parte del personale penitenziario, in teoria sarebbero illegali, perché contro i diritti umani ma, dato che gli ergastolani ostativi non possono denunciare tali trattamenti, nessuno fa niente.
Vi prego di leggere i contenuti del blog, soprattutto l’esperienza di Matteo Greco a Pianosa.
La cosa terribile è che tali fatti accadono tutti i giorni, NON sono casi sporadici (ma ovviamente la TV non riporta queste notizie)
E’ vero che gli ergastolani ostativi hanno commesso crimini 30/40 anni fa ma  hanno diritto ad una seconda possibilità:
“Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è una infinita possibilità!” (D. M. Turoldo)
 La Comunità “Papa Giovanni XXIII”, fondata da don Oreste Benzi, propone l’abolizione dell’ergastolo ostativo, pena che non permette alcun beneficio né reinserimento sociale al detenuto, escludendolo così – si legge in un comunicato diffuso dall’associazione – “da qualsiasi speranza di cambiamento”.
La Comunità – si legge nel comunicato – promuove e sostiene questa petizione “affinché ogni detenuto possa avere la possibilità di dimostrare il proprio cambiamento e possa svolgere un progetto personalizzato che gli dia la possibilità di essere reinserito nella società”. Secondo la comunità, l’ergastolo ostativo senza benefici è “incostituzionale perché l’art. 27 della nostra Costituzione recita: ‘le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. “Noi crediamo – scrive Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità e successore di Don Benzi – che rieducazione contiene in sé il principio di reinserimento sociale delle persona. Senza reinserimento non c’è rieducazione”.
Il successore di Don Oreste, Paolo Ramonda in carcere a Spoleto nel mese di maggio 2009 ha detto: “L’ergastolo ostativo è come una condanna a morte, non prevede alcun beneficio, sconto, né permesso, niente. Il detenuto non è la sua pena, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato (come invece prevede l’art. 27 della costituzione Italiana). Non si tratta di evitare le pene, né di dare facili regali e neppure di fare finta che non abbiano commesso reati pesantissimi. Ma bisogna garantire senza buonismi, il recupero di chi ha sbagliato. Chi è in carcere deve pagare il proprio debito, ma avere il diritto di riabilitarsi. Ci dobbiamo chiedere: . Come può essere (ri)educante un carcere che non farà mai uscire una persona? Come si può essere stimolati al pentimento e al cambiamento di vita senza la speranza di uscire?”

Anche il Card. Tettamanzi durante la messa di Natale 2008 al carcere "Opera" a Milano ha detto:
"E' proprio vero che l'ergastolo toglie la speranza. E’ un appello legittimo e allora questo appello lo leggo come un desiderio, una volontà del detenuto, che ha commesso anche delitti efferati, di rientrare nella società e di restituire alla società quello che ha rubato'".
 Il Card. Sepe  in visita a Poggioreale ha affermato: "Nessun uomo è condannato a vita e tutti devono avere la possibilità di redimersi”. 


Grazie per avermi ascoltata.

Mita  (e i 1200 ergastolani ostativi reclusi nei vari carceri italiani)

Carcere e lavoro


CARCERI: ARDITA (DAP), LAVORA SOLO 20% DETENUTI, - 30% FONDI

(ANSA) - ROMA, 30 APR - In Italia lavora solo il 20,8% dei detenuti (per l'esattezza 14.174 su un totale di circa 67mila), contro il 30% di prima dell'indulto del 2006.
 E questo principalmente per il taglio di circa il 30% dei fondi assegnati al lavoro per i detenuti, passati da 71milioni e 400 mila euro nel 2006 a circa 50 milioni nel 2011. 
A sottolinearlo e' Sebastiano Ardita, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che in un'intervista al quotidiano web 'Giustizia on line' del dicastero di Via Arenula, traccia un bilancio.
 ''E' un dato di media entita' - afferma - che di per se' sembrerebbe modesto, tenendo conto del fatto che il lavoro dovrebbe essere una delle componenti fondamentali dell'attivita' di trattamento penitenziario, ma e' piu' realisticamente accettabile se consideriamo che in Italia, dei 67mila detenuti presenti, una grande parte e' in transito dal carcere e non in condizione di stabile detenzione''.
 Considerando il taglio dei fondi - sottolinea Ardita - ''noi dobbiamo far fronte a una popolazione detenuta che dal 2006, anno dell'indulto, e' cresciuta dalle 50mila unita' alle attuali 70mila circa, con un aumento demografico di circa il 40% e una contestuale perdita di fondi pari al 30%.
 Le due curve si sono incrociate, mentre in realta' avrebbero dovuto seguire una linea coerente. 
Come risultato, abbiamo oggi una disponibilita' pro capite dimezzata rispetto a quello che avevamo nel 2007 per far lavorare un detenuto''. 
Il carcere ''continua ad essere un presidio di legalita' per alcune forme gravissime di criminalita'''. Tuttavia - fa notare, tra l'altro, Ardita - ''e' anche vero che appesantire il sistema con la presenza di soggetti che non sono tali da giustificarne la presenza in carcere fa perdere il senso della stessa pena e si crea un pericoloso presupposto che e' quello di far scarseggiare le risorse per tutti''. (ANSA).

Buon 1° maggio







Pena di morte e religione


Pena di morte


Cristianesimo 
 AI contrario della maggior parte delle Chiese protestanti,
 le Chiese cattolica e ortodossa non condannano
 formalmente la pena di morte.
 Da tempo il magistero papale è orientato però a una ferma condanna.

Ebraismo
La legittimità della pena di morte viene riconosciuta 
nei testi sacri della "Torah" (la celebre legge della "vita per vita, 
occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede" 
contenuta nei libri del Levitico e del Deuteronomio),
 e per gli ebrei ortodossi ancora oggi ha vigore.
 Ma con condizioni così restrittive che di fatto 
ne viene impedita l'applicazione.

Islamismo
Il Corano riconosce fondamentalmente l'uso della pena di morte
 per la difesa della società, in particolare come punizione
 di chi commette un omicidio. 
Il Corano indica tre soli motivi che giustificano l'uccisione di un uomo: l'adulterio, la difesa della vita di un musulmano e l'apostasia,
 ossia l'abiura delta religione musulmana. 

Induismo
  Le posizioni induiste relative alla pena di morte sono varie:
 per alcuni, i più "riformisti", essa è assolutamente inaccettabile. 
Per altri solo nel caso di gravi colpe è ammessa. 
Il castigo rappresenterebbe, infatti, una sorta di purificazione
 per il peccatore che sta per passare alla nuova vita e 
al giudizio divino sulla sua condotta.

Buddismo
L'omicidio è una delle colpe più gravi e comporta
 più stadi purificatori.
 Poiché gli uomini, secondo la dottrina, non sbagliano per cattiveria, 
ma per ignoranza, ne deriva un rifiuto categorico
 e incondizionato della pena di morte.

Il punto di vista degli evangelici pentecostali
riguardo la pena di morte è alquanto chiaro ed inequivocabile:
 Bisogna abolirla! 
E comunque necessario che si faccia una precisazione a tal proposito, i pentecostalinon intendono schierarsi a favore di un " perdonismo" 
 e un "buonismo" che nulla hanno a che vedere con il cristianesimo
 ma solo con mera superficialità.

Fatto questo distinguo, la posizione riguardo alla pena di morte 
come già detto è contro, e a tal proposito citano
 ben 10 motivi per cui perseguire l'abolizione di tale pena.
Cercherò di citare solo quelli più salienti:
  
1. La pena di morte non serve come deterrente contro i crimini.
L'argomento della deterrenza è quello più frequentemente
 chiamato in causa:
condannare a morte un trasgressore dissuaderebbe 

altre persone dal commettere lostesso reato. 
L'argomento della deterrenza non è però così valido,
 per diversi motivi.
Nel caso, per esempio, del reato di omicidio, 

sarebbe difficile affermare che tutti o  gran parte 
degli omicidi siano commessi dai colpevoli 
dopo averne calcolato le conseguenze.
 Molto spesso gli omicidi avvengono
 in momenti di particolare ira
oppure sotto l'effetto di droghe o di alcool 
oppure ancora in momenti di panico. 
In nessuno di questi casi si può pensare
 che il timore della pena di morte possa agire da deterrente. 

2. L'applicazione delle norme giuridiche è spesso soggetta
 a errori umani dolosi o involontari.
La pena di morte non colpisce solo i colpevoli, 

ma anche, forse più spesso di quanto si immagini, 
persone innocenti.
Uno studio dello Stanford Law Review ha documentato

 in questo secolo 350 casi di condannati a morte negli Stati Uniti, 
in seguito riconosciuti innocenti.

3. La pena di morte è un arma troppo potente
 in mano a governi sbagliati.
 Può essere sfruttata dal governo per eliminare
 personaggi politicamente
 o religiosamente scomodi, alterando persino il concetto 
di gravità di certi atti. 
È quello che sta attualmente accadendo in Cina 
dove si muore non solo per aver commesso criminigravi,
 ma anche per il semplice fatto di opporsi al regime.
 Nel 1993 il 63% delleesecuzioni mondiali 
 sono avvenute proprio in territorio cinese.

4. L'applicazione della pena di morte
 non incentiva la ricerca di sistemi preventivi.
Quando viene applicata la pena di morte,

 la gente prova quasi un sentimento di
soddisfazione, quasi che in questo modo 

il crimine commesso 
fosse ripagato, espiato, dimenticando in realtà 
che la vittima ha subito un'ingiustizia
 che non potrà mai essere ripagata. 
Tuttavia la gente è come soddisfatta. Lo Stato si mostra così
"giusto" ed efficiente contro il crimine.

 In questo modo si corre il rischio che lo Stato possa,
 in qualche modo sentirsi dispensato dal ricercare 
una soluzione che prevenga il crimine.

5. Il diritto alla vita è un principio fondamentale 
su cui si basa la nostra società.
Come nessun uomo ha il diritto di uccidere
 un suo simile per qualsiasi motivo - ildiritto alla vita è un principio fondamentale 
 su cui si basa la nostra società - così lo Stato, 
che agisce razionalmente, non spinto dall'emozione del momento,
 e in quanto garante della giustizia, non deve mettersi
 sullo stesso piano di chi si macchia del piùorribile dei crimini:
 l'omicidio.

Pubblicato da Legolas a 19:53

5 commenti:


cosimo ha detto...
C'è una pena di morte che va oltre il gesto materiale, qualunque esso sia. Non fa notizia, ma fa morire. E' indurre con le parole la persona a suicidarsi. Buona domenica Galadriel!
Galadriel ha detto...
buon giorno Cosimo. Si le parole, secondo gli spiritualisti, hanno un potere. Nell'energia si formano a secondo del suono e della vibrazioni rivestite poi dal sentimento di chi le pronuncia e a volte sono deleterie. Buona domenica anche a te. grazie.
Legolas ha detto...
Buona sera cosimo! Come non essere d'accordo con te. La violenza che possiede la favella, è talmente dirompente che riesce ad abbattere le barriere di difesa mentale di ogni malcapitato, riuscendo ad umiliare,far provare poca stima di sè, fino al punto di riuscire a trovare la cura al proprio stato d'anima solo ponendovi fine! Uccidersi...Si dovrebbe davvero usare con molta cautela e responsabilità quest'organo di cui siamo dotati: La lingua! "Essa non ha ossa, ma riesce lo stesso a romperle le ossa"! Lunga vita e prosperità!

sabato 30 aprile 2011 Caso Uva, oggi il processo ieri l’appello assieme ai parenti di Cucchi e Aldovrandi

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Rispetto e solidarietà. Questo chiede la sorella di Giuseppe Uva, il 43enne di Varese morto in ospedale dopo aver passato diverse ore nella caserma dei carabinieri. Con lei anche la sorella di Stefano Cucchi e la madre del giovane ferrarese morto nel 2005


“Chiedo rispetto e solidarietà civile. Testimonianza e partecipazione”. Questo l’appello diLucia Uva, alla vigilia della fase dibattimentale del processo che deve fare luce sulla morte del fratello e che inizierà oggi. Giuseppe Uva è morto nel giugno del 2008 dopo essere stato fermato dai carabinieri per ubriachezza molesta. Il 43enne era stato trattenuto in caserma per quasi tre ore, in circostanze ancora da chiarire, prima di essere sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese, dove poco dopo ha trovato la morte.
Il provvedimento penale vede finora coinvolti, a vario titolo, solo tre medici (Mario Catenazzi del pronto soccorso, Carlo Fraticelli ed Enrica Finazzi del reparto di psichiatria) accusati di aver somministrato a Uva dei farmaci incompatibili con il suo stato di ubriachezza. Tuttavia le ricostruzioni ufficiali non convincono i familiari di Giuseppe Uva, che chiedono a gran voce di capire cosa sia successo nella caserma dei carabinieri fra le 3 e le 6 del mattino di quel 14 giugno e, soprattutto, chiedono una spiegazione per le tracce di violenza trovate sul corpo dell’uomo.
Ieri pomeriggio Lucia Uva ha così rivolto un appello all’opinione pubblica, affinché si tenga alta l’attenzione sul caso di Giuseppe, che conta molte analogie con altri episodi che nel passato recente hanno scosso le coscienze degli italiani: “Io voglio solo la verità, nient’altro”. Nel ricordare le incongruenze e le stranezze della vicenda che è costata la vita al fratello, Lucia Uva non ha risparmiato parole di critica ad Agostino Abate, il pubblico ministero che sta conducendo l’indagine, a cui imputa un comportamento ostile e irrispettoso: “Ha mancato di rispetto a me e alle mie sorelle affermando pubblicamente che noi avevamo manipolato il povero corpo di mio fratello appena morto – ha detto la donna -. Perché anziché dirlo ora non ci ha denunciato? Se io ho manipolato il corpo di Giuseppe voglio essere processata e condannata”. Una provocazione forte quella di Lucia Uva, che ha chiesto a tutte le persone sensibili alla sua tragedia di aiutarla denunciandola in ogni sede opportuna: “Io non provo odio – ha aggiunto – ma solo rabbia impotente per quello che mi sta accadendo, credo però fermamente nelle istituzioni e nella magistratura e, se non sono io a sbagliare, vi prego di aiutarmi a farmi processare, sarà il solo modo per far conoscere la verità sulla morte di mio fratello”.
Accanto alla sorella di Giuseppe Uva anche altre due donne che stanno combattendo una battaglia per la verità e la giustizia: Ilaria Cucchi e Patrizia Moretti. La sorella di Stefano Cucchi e la madre di Federico Aldovrandi hanno scelto di essere a Varese per l’udienza di questa mattina, manifestando concretamente la propria solidarietà e vicinanza ai familiari di Uva: “Siamo qui con Lucia, perché crediamo che standole accanto possiamo continuare quello abbiamo iniziato affrontando le nostre vicende”, ha detto Patrizia Moretti, a cui hanno fatto eco le parole di Ilaria Cucchi: “La vicenda della morte di mio fratello ha molte analogie con la storia di Giuseppe. Ma fin dalla prima udienza a cui ho assistito qui a Varese, ho avuto una sensazione di ostilità e contrapposizione da parte del Pm. A noi, pur nelle differenze di veduta, hanno sempre dimostrato umanità e sensibilità per il dramma che stavamo vivendo”. Nel processo per la morte di Cucchi (iniziato giovedì) sui banchi degli imputati siedono dodici persone tra medici e appartenenti alle forze dell’ordine: “Nel caso di Giuseppe sono imputati solo tre medici, con testimoni ignorati e persone mai sentite – continuano le tre donne -, c’è una sorta di velo nero che oscura il caso, un’ingiustizia nell’ingiustizia, come se quello che è successo durante quelle tre ore passate in caserma non contassero niente”. E poi concludono: “Siamo qui anche per riaffermare il rifiuto di qualsiasi violenza, da qualunque parte venga. Per questo un pensiero sincero va ai carabinieri aggrediti a Grosseto e alle loro famiglie, a cui esprimiamo la nostra vicinanza e la nostra solidarietà, perché sappiamo cosa significa subire la violenza”.