venerdì 26 agosto 2011

Caso Franceschi, la madre si incatena a Parigi: 'Ci spero ancora'

Eliseo, Parigi


La speranza è l'ultima a morire ma dell'inchiesta «non si sa ancora niente» e le autorità italiane non si sono più fatte sentire. Con questo spirito, Cira Antignano si è recata questa mattina a Parigi per chiedere verità e giustizia in merito alla morte di suo figlio, Daniele Franceschi, il viareggino morto a 36 anni nel carcere di Grasse, nel sud della Francia. Morto, secondo la madre, in circostanze mai chiarite. 

«Sono andata all'Eliseo, mi sono incatenata - racconta la madre di Franceschi - sono arrivati i poliziotti. Non volevano che stessi lì perché non ci si può stare. Mi sono messa in una traversina». A quel punto, continua Cira Antignano, «sono venuti due alti funzionari, mi hanno che potevo entrare. Allora ho lasciato una lettera per Carla Bruni». La donna spera che la première dame si attivi, come già aveva annunciato nel novembre 2010. «Mi hanno detto che mi richiameranno».

Cira Antignano traccia un bilancio pessimo della sua battaglia: «è un anno che gli organi di mio figlio sono sempre in Francia», dice, riferendosi all'autopsia avvenuta Oltralpe. La speranza? «È l'ultima a morire e io ci spero fino in fondo. L'inchiesta, non se ne sa ancora niente. Dicevano che a settembre si svolgerà qualcosa, vedremo». Impegno da parte delle autorità italiane? «Solo la senatrice Manuela Granaioli si è attivata in questi giorni, ha chiamato tutti qua in Francia, per evitare che mi succedesse qualcosa, durante il presidio». E Il ministro Franco Frattini? «No, non s'è più sentito», conclude la madre di Daniele Franceschi, con un sorriso amaro.

«Finalmente il muro di gomma delle autorità francesi si è infranto», ha poi aggiunto il genitore. 

Mamma Cira davanti al palazzo presidenziale ha indossato una maglietta con stampata la foto del figlio e la scritta «verità e giustizia un anno dopo» ed era accompagnata dal suo legale, avvocato Aldo Lasagna, per cercare di riaccendere i riflettori sulla tragica fine del figlio.

«Il funzionario governativo - dice l'avvocato Lasagna - ci ha promesso che la coppia presidenziale inviterà la mamma di Daniele prossimamente per un incontro privato all'Eliseo». Cira Franceschi e il suo legale hanno quindi incontrato il console d'Italia a Parigi, Luca Maestripieri, che «ha promesso - ha continuato Lasagna - il suo interessamento» al caso.

Franceschi, sposato, separato e padre di un bambino, morì il 25 agosto del 2010, a 36 anni, nel carcere francese di Grasse in circostanze ancora da chiarire.

fonte: http://www.unita.it/

giovedì 25 agosto 2011

La malagiustizia miete un'altra vittima: la lettera della madre


Testimonianze: mio figlio, suicida in carcere un mese fa, è morto di malagiustizia


Sono una mamma e ho da poco perso mio figlio, morto suicida appena un mese fa. 

Non avrei creduto che potesse capitarmi una cosa del genere e, soprattutto, fino a un anno fa credevo nella giustizia e nei giudici. Oggi quella fiducia non c’è più e guardo con occhi diversi le vicende di chi, come noi, si è trovato e si trova ad affrontare un procedimento giudiziario in cui ricopre, suo malgrado, la veste di imputato.

Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!

Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda. Le prove a carico sono esigue, solo due intercettazioni telefoniche, non sul suo telefono, bensì su quello di altri due imputati, i veri artefici delle condotte illecite, che nei loro discorsi sostenevano che mio figlio dovesse loro dei soldi: secondo la logica dell’accusa queste prove bastavano e avanzavano!
Mio figlio, suo malgrado, conosceva gli altri imputati e con loro aveva organizzato degli eventi estivi, ma non aveva intrattenuto alcun genere di altri rapporti, infatti, poco dopo, ne aveva preso le distanze, ma ciò non è bastato e non lo ha salvato dal calvario che da lì a poco avrebbe patito.

L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.

Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.

Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.

Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.

Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più.
La pena dovrebbe, come è nello spirito delle leggi, avere la funzione e il compito di recuperare e riabilitare le persone, dare la possibilità a chi ha subito una condanna di riscattare la sua vita e reinserirsi nella società civile ed il carcere è l’extrema ratio e non, come accade oggi, la soluzione.

Il processo dovrebbe essere giusto, equo e ragionevole, le lungaggini giudiziarie e i farraginosi iter burocratici, che richiamano vicende dal tratto kafkiano, finiscono nella realtà per colpire i malcapitati che si ritrovano in carcere da innocenti. Storie di ordinaria ingiustizia in cui è caduto mio figlio che ben avrebbe potuto provare la sua innocenza nel processo, ma la minaccia di restare in carcere sino al processo, e forse per tutto il tempo di durata del dibattimento, ci ha fatto desistere e preferire “un accordo” con la pubblica accusa.

Così mi chiedo, da adulta, cittadina e madre: è questo il modo per recuperare un ragazzo, ammesso anche che abbia delle colpe? Perché chi giudica non riesce a guardare, come dovrebbe essere, chi ha di fronte, a indagare sulle qualità personali, sul carattere e su tutto ciò che necessita per definire il profilo di un individuo? Il diritto richiede simili analisi e chi giudica dovrebbe attenersi a tali principi, principi giusti e inviolabili, necessari per contraddistinguere un ordinamento democratico e garantista.
Questa lettera di protesta non mi restituirà mio figlio ma spero almeno possa servire a muovere le coscienze.
fonte: http://www.nocensura.com/

Milano: a San Vittore detenuto muore per il caldo, compagni iniziano sciopero della fame


La Repubblica, 24 agosto 2011

L'afa ha stroncato un italiano durante l'ora d'aria. 
I reclusi si dicono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza" da parte di Roma.
L’emergenza caldo che in questi giorni affligge Milano ha provocato una vittima nel carcere di San Vittore: alla fine della scorsa settimana un detenuto italiano ha avuto un malore durante l’ora d’aria e, nonostante gli immediati soccorsi prestati dal personale sanitario, è deceduto all’interno della casa circondariale di piazza Filangieri. 
La notizia è stata confermata dalla direzione del carcere, che sta monitorando in queste ore le condizioni di 15 reclusi che hanno deciso di aderire all’iniziativa promossa dal leader dei Radicali, Marco Pannella, intraprendendo lo sciopero della fame e della sete per protestare contro il sovraffollamento degli istituti di pena italiani.
"I detenuti del carcere di San Vittore si uniscono a quanti portano avanti da mesi rivendicazioni inerenti a provvedimenti urgenti in tema di decongestionamento carcerario,  si legge nel comunicato firmato da Daniele Liberati, il 61enne portavoce dei reclusi, con cui si annuncia che "in data 23 agosto 2011 viene iniziato uno sciopero della fame e della sete, totale e a oltranza, da dieci detenuti che si daranno il cambio (senza interrompere lo sciopero) con altri dieci, fino al trattamento sanitario obbligatorio".
Dalla direzione di San Vittore parlano di «15 persone coinvolte nei diversi reparti, tenute costantemente sotto controllo dal personale sanitario e di sorveglianza. I capireparto hanno però informato la direzione del fatto che alcuni detenuti hanno già manifestato l’intenzione di interrompere lo sciopero. La loro iniziativa si inserisce nella lodevole protesta intrapresa a livello nazionale dai Radicali. Il sovraffollamento è un grave problema delle case circondariali italiane e danneggia tanto i detenuti quanto le persone che lavorano all’interno del carcere". Una situazione problematica ulteriormente aggravata dalle attuali difficili condizioni climatiche: in un altro comunicato, i reclusi di San Vittore si definiscono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza".

fonte: Ristretti.it

Domiria marsano… permessi per essere madre



Domiria Marsano è la prima detenuta che ci scrive…
Ne seguiranno anche altre, anche perchè stiamo facendo in modo che il Blog venga conosciuto anche in alcune carceri femminili. Il nostro spazio vuole coinvolgere anche le donne, oltre che gli uomini.
Ma lei è la prima a scriverci…. è detenuta nel carcere di Lecce.
Quella che leggerete oggi non è la sua prima lettera.. ma la seconda.. e voglio pubblicarla, come pubblicherò anche altre cose che ci invierà Domiria.
Domiria è una bella persona.. che scrive bene.. e soprattutto ha anima.. cerca di resistere.. cerca di trovare il sorriso nonostante sia un percorso duro il suo e ci siano amarezze che penetrano come chiodi nell’anima.
Domiria ha una figlia.. Maria. Immaginate già cosa è per una madre non potere stare quotidianamente vicino alla propria figlia.. e anche gli scrupoli e i tormenti interiori che ne nascono. Domiria ha sempre rifiutato di avere colloqui in carcere con la figlia per non farle avare esperienze emotivamente scioccanti. Domiria fino a poco tempo usufruiva di permessi premio, per vederee la figlia, ogni 45 giorni. Recentemente, pue essendo calato il fine pena, si è passati a concedergli permessi (un pò più lunghi) ma circa ogni 4 mesi. Immaginate cosa significa per una madre dovere aspettare 4 mesi per vedere la propria figlia? Davvero auspichiamo che il Magistrato di Sorveglianza di Lecce riconsideri la tempistica dei permessi in relazione  alla delicatezza della situazione che vive una donna in queste condizioni, e del bene superiore della figlia piccola, bene che si dovrebbe fare in ogni modo affinchè non venga compromesso.
Vi lascio adesso a questa lettera della nostra nuova amica.. la nostra prima AMICA…:-)
Domiria Marsano… carcere di Lecce…
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(….)
Chissà quante ne senti, ed ora mi sono aggiunta anche io e mi sfogo, chiedendoti se questo ha un senso.. a cosa può servire?
Non cambia mai nulla  e chi dovrebbe e potrebbe intervenire sa bene che sopravviviamo in condizioni d’illegalità, immoralità e disumanità. Non sono stupidi, sono semplicemente egoisti e privi di senso della collettività.
Avevo presentato richiesta di peremesso  premio l’ uno luglio 2011, non specificando la data, in quanto il mio imperatore romano di riferimento è moooolto suscettibile. Avevo per questo fatto presente all’educatrice che il 12 agosto era il compleanno i mio fratello, il 16 i mio pare e il 17 si sposava mio cugino (figlio della sorella i mio padre). Insomma una concomitanza i eventi. In data 29 luglio 2011, dopo varie insistenze, riuscivo a fermare nel corridoio l’educatrice, la quale mi faceva presente di avere impiegato più tempo a scrrivere la relazione, perchè doveva “trovare” le parole per indicare le date!!! (..) ma mi ha assicurato che era in partenza.  Ieri, non vedendomi arrivare alcuna notifica di permesso, mi sono attivata per chiedere informazioni alla matricola, ed ho scoperto che non era stato inviato in quanto non pervenuto!! Questo a causa della mancanza di premura dell’educatrice e della Direzione… “persa” in un labirinto di incombenze che restano tutte insolute. A vicenda hanno cercato di scaricarsi la responsabilità e di giustificarsi.
In realtà sarebbe bastata la famosa “diligenza del buon padre di famiglia” nello svolgere il loro operato!
Caro Alfredo, non so se sono una detenuta “strana”, ma l’unico sostegno e interessamento che ho avuto è stato solo e sempre da parte della polizia penitenziarria. Forse perchè ci conoscono. a volte megliio di noi stessi, avendo modo di osservarci nella quotidianità per tanti giorni, mesi, anni. Forse perchè sono un pò reclusi anche loro, o magari si sono stancati di vedermi!!! Hahaha. So che questo mio concetto non è molto condiviso nel posto in cui vivo.
Ho deciso comunque di non effettuare più colloqui con l’area trattamentale. Probabilmente non se ne accorgeranno neanche. Mi sento tradita e ingannata proprio da chi dovrebbe, per professione di conseguenza ideali, credere nell’individuo, comprenderne le ragioni e guidarlo alla reintegrazione nella società civile.
In realtà sono una stupida. Dovevo  capirlo da quando l’educatrice, vedendomi per il primo colloquio, mi pose come prima la seguente domanda.. “credevo fossi un 575, visto il fine pena, invece?.. le risposi… “soo un 648, anche se non mi sento né l’uno né l’altro, credo di essere Domiria”. Eppure ho continuato a non voler vedere, sono una sognatrice.
A proposito di sogni… come un tam tam rimbalza l’eco confuso e disordinato di un prossimo atto di clemenza. Non ci credo.. però la fantasia corre.
Se l’incubo finisse, vorrei tanto passare almeno  24 ore filate lontano dai muri, da qualsiasi muro. Andare in uno spazio sconfinato dove l’orizzonte finisce solo perchè lo sguardo non arriva oltre. Il giorno dopo prenderei la piccola Maria (mia figlia), infilerei in uno zaino, no, forse mi servirebbe un borsone.. tutte le cartacce dei miei guai giudiziarii e andrei sulla spiaggia; accenderei un bel falò e brucerei tutto. Terminato questo rito, di corsa all’aeroporto di Brindisi.. volo per due per Parigi. Sono stata più volte in Francia, ma Parigi non l’ho mai vista. Porterei Maria a Disneyand.. a “cibarci” al “Pizza Planet”!!! Sono proprio come Buz convinta di poter volare verso l’infinito e oltre…
Mi sa che ha ragione lo sceriffo Woody… sono solo caduta con stile (mica tanto..haha…) nelle “malebolge”…
Come mai sono allinferno se sono viva? Sono viva, io sono viva.. o forse no?
Ora ricordo, rubo (tanto per cambiare!!!) un termine che qui piace qualcuno… “avevo rimosso”.. ecco.. la vedo la mia lapide con sopra inciso:
FU DOMIRIA MARSANO NATA L’11 – 02 -1977
CIVILMENTE MORTA IL 29 – 07 – 2006
Ciao Alf,
Domiria











All’attenzione dell’Illustrissimo Magistrato di Sorveglianza

Ill.ma   Dott.ssa Emanuela Foggetti.
da un pò di tempo dobbiamo presentare memorie inerenti le udienze richieste tramite mod. 13, affinchè il Magistrato di Sorveglianza possa valutare le motivazioni dei colloqui.
Per questo le scrivo quanto segue:
Dal 2008 usufruisco di permessi premio che, inizialmente mi venivano concessi ogni 45 giorni circa, al fine di rendere più frequenti gli incontri con la mia bambin minore, di anni 10. In seguito, pur essendo calato il fine pena, i permessi sono stati diradati nel tempo, mentre sono aumentati i giorni di permanenza all’esterno concessi.
Fermo restando che il beneficio non è un diritto che spetta obbligatoriamente, ed è la Sv. Ill.ma a stabilire i tempi e le modalità, non posso esimermi dall’evidenziare le difficoltà che il cambiamento ha causato per il mio equilibrio, e soprattutto per quello della piccola Maria. Come le ho già rappresentato, non effettuo colloqui all’interno dell’Istituto per evitare  alla bimba il calvario materiale ed emotivo dell’ingresso in carcere. Dopo un lungo e faticoso percorso, pieno di sofferenze e autocritica, ancora di più ho elaborato la convinzione che solo io devo pagare per gli errori commessi, radicando in me l’idea di rinuncia per amore, al fine di tutelare Maria.
Ora, non credo sia opportuno tornare sui miei passi, ma non è ipotizzabile una riappropriazione del ruolo genitoriale con incontri ogni tre mesi.
Se la S.V. Ill.ma  ritiene che io sia meritevole di permessi premio, Le chiedo se fosse possibile la concessione degli stessi ad una distanza di tempo più breve, magari per meno giorni. So che è difficile credere ad una persona il cui biglietto da visita è un ampio fascicolo, per quanto i contenuti dello stesso siano di scarsa valenza criminale, tant’è che tutto ciò che ho commesso è lì su quelle carte. Le sto pagando tutte, a caro prezzo, esclusa nessuna. Intentendo la legalità nel senso più ampio  del termine, e cioè non solo come sicurezza e ordine pubblico, ma anche come moralità collettiva, forse c’è una certa equità nella pena inflittami. Considerando però la vivibilità delle patrie galere italiane, che non ledono il patrimonio, bensì i diritti inviolabili della persona, il principio eterno di buono et equo sfuma fin quasi a scomparire. Non voglio inoltrarmi di più su quest’argomento, perchè finirei col ripetere problematiche note a tutti.
Sul mio “curriculum giudiziario” ci sono solo le azioni che mi hanno condotto fin qui. Ma la prego, non confini il mio essere di ieri e di oggi in un cumulo di provvedimenti. E’ vero.. “le circostanze non fanno una persona, la rivelano”.
Auspicando di essere stata esaustiva e comprensibile, La ringrazio anticipatamente per l’attenzione e La ossequio.
Lecce 10 agosto 2011
Domiria Marsano


fonte: Le Urla dal Silenzio

IL CARCERE E LA STRADA SONO VASI COMUNICANTI


IL CARCERE E LA STRADA SONO VASI COMUNICANTI
di Francesca Carbone

Molta gente che non aveva casa è oggi in galera, e sulla strada finisce spesso chi esce dalla galera
e non ha nessun appoggio.
 Come Mario, dieci anni da detenuto e ora tra i senza dimora
e è vero che i cancelli degli istituti penitenziari si aprono a persone con storie diversissime alle
spalle, è anche vero che un destino molto simile attende però quanti, una volta fuori, si trovano
senza una rete sociale sulla quale contare: la strada.
A tenere compagnia a Mario (nome di fantasia, ndr), sono rimasti solo i ricordi.
 “In carcere ci si arriva o perché si commettono atti illegali, oppure perché qualcuno ti incastra: proprio come è successo a me”. Racconta di una moglie divenuta ninfomane che non lo lasciava dormire, e della
fatica di doversi alzare al mattino e di andare a lavorare per mantenere i tanti figli. Lei che si infila
in giri strani e che, una volta scoperta, gli scarica la colpa addosso, le accuse pesantissime ed una
pena da scontare per entrambi, quella di Mario particolarmente pesante. “Mi avevano assegnato un
avvocato d’ufficio - dice - figuriamoci quanta voglia aveva di lavorare!”.
Autentico viaggio nella memoria il suo o pura invenzione, o magari una versione parzialmente
vera, riadattata nei tanti anni passati dietro le sbarre, o ancora la lucida analisi di chi non ha mai
perso il senso della realtà? I giudici si sono già pronunciati molto tempo fa e noi non abbiamo
elementi validi né per dubitare del loro operato, né per mettere in discussione la veridicità della
testimonianza resaci da Mario. Raccontiamo di lui perché, qualsiasi sia il suo passato, ora è un
uomo solo e senza casa: “Non so perché allora i miei figli non mi abbiano creduto, forse hanno
pensato che in questo modo si sarebbero liberati sia della madre che di me, ponendo così fine ad
una situazione familiare divenuta insopportabile”, continua Mario, così solo da ritenere Maria De
Filippi la sua ancora di salvezza: “Sto cercando di contattare i miei figli tramite “C’è Posta per te” -
spiega - voglio mettere in chiaro una volta per tutte che non sono quel mostro che la cronaca di
allora descrisse, un molestatore di minori, un commerciante di materiale pornografico.”
Oggi ha 54 anni e ha saldato il suo debito con la giustizia scontando quasi dieci anni di pena, al
momento lavora part-time presso una cooperativa sociale per 30 euro settimanali (straordinari
esclusi). Residenza: asilo notturno del Torresino. Il suo curriculum racconta di un ex-pastore,
allevatore, saldatore, carpentiere, manovale, muratore, infermiere militare negli Alpini... eppure non
riesce a trovare un’occupazione “normale”. “Per ogni persona come me che si offre di avvitare
bulloni, ce ne sono dieci di 30 anni più giovani che le soffiano il posto perché sulle loro dita i
bulloni scivolano più in fretta” spiega, “e poi il carcere… il carcere rovina le persone, nessuno si
fida a prenderti”. Ogni tanto qualcuno stacca una linguetta con il suo numero di cellulare, da uno
degli annunci che ha appiccicato in giro per la città: “Eseguo lavori di pittura su muro-legno-ferro,
eseguo piccoli lavori edili, garage, ecc…prezzi modici…”, ma comunque resta durissima.
È difficile per i giovani incensurati e di buona famiglia mantenersi fuori dalla casa di papà, per
uno con l’età e la storia di Mario ancora di più. Ai pomeriggi passati a giocare a carte alle Cucine
Popolari si alternano le chiacchiere sulle panchine di Piazza Mazzini e ancora, giorni in cui il futuro
sembra solo un buco nero senza fine. E non è solo una questione di mancata competitività sul
mercato del lavoro: “Queste mani – dice guardandosi i palmi – sono segnate, per sempre. C’è lo
stigma della galera ed è raro trovare una donna che sappia comprendere e superare quel blocco, quel
muro che s’interpone fra me e lei”.
Niente stipendio, niente casa. “Cosa vorrei più di tutto? Più di tutto vorrei trovare una compagna
per tutta la vita, poi sono sicuro che la questione lavoro si aggiusta”, si lascia andare Mario, ma
subito si sveglia e cancella d’un tratto tutti i suoi sogni: “Ma come faccio?! Non ci si può
innamorare al Torresino, dove le donne dormono tutte assieme in una stanza da dieci! Quando non
hai neppure la forza di camminare perché la notte i tuoi compagni di camerata russano e tu non
chiudi occhio!”. Nelle sue poesie, tristezza e rassegnazione frammista alla rabbia per quel celebre
proverbio bugiardo: Finché c’è vita c’é speranza: “Certo, finché c’è vita c’è speranza, ma te la
devono anche dare… la speranza! Altrimenti, così, questa vita non ha senso”.
fonte: RISTRETTI.it

Emergenza carceri: raggiunta la quota di senatori che determina la convocazione del Senato e, anche di diritto, art. 62 della Costituzione, la convocazione dell’altra Camera

Marco Pannella
A seguito della mobilitazione promossa dai Radicali, ieri sera, durante la trasmissione di radiocarcere, Marco Pannella ha annunciato che è stata raggiunta la quota di senatori che determina la convocazione del Senato e, anche di diritto, art. 62 della Costituzione, la
convocazione dell’altra Camera. Si tratta di un primo successo dell’iniziativa radicale per ottenere un provvedimento di amnistia e indulto. In questo momento drammatico di emergenza delle carceri e di crisi estrema del sistema giustizia, riportiamo le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al convegno promosso dai Radicali che si tenne al Senato il 28 luglio scorso:
“A proposito delle scelte politiche e legislative: (…) Oscillanti e incerte tra tendenziale, in principio, depenalizzazione e “depenitenziarizzazione”, e ciclica ripenalizzazione con crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione, in concreto, della carcerazione preventiva. Di qui unarealtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo.
A proposito delle finalità costituzionali della pena: (…) Evidente in generale è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona. E’ una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita, e dalla quale non si può distogliere lo sguardo (…)
Rivolgendosi alla Politica: (…) è fondamentalmente dalla politica che debbono venire le risposte. (…) non escludendo pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rendersi necessaria. Sappiamo che la politica, quale si esprime nel confronto pubblico e nella vita istituzionale, appare debole e irrimediabilmente divisa, incapace di produrre scelte coraggiose, coerenti e condivise.
Ma non sono proprio scelte di questa natura che ogni giorno di più si impongono, dinanzi alla gravità dei problemi e delle sfide che ci incalzano non solo nel campo cui si riferisce questo Convegno ma in altri non meno fondamentali? Non dovremmo tutti essere capaci di un simile scatto, di una simile svolta, non foss’altro per istinto di sopravvivenza nazionale?”


fonte :http://radicaliperugia.org/

mercoledì 24 agosto 2011

Arriva la pet teraphy per i tossicodipendenti

Carcere, arriva la pet teraphy per i tossicodipendentiTRENTO. I tossicodipendenti del nuovo carcere di Trento avranno a disposizione la "pet therapy" quale aiuto per la disintossicazione. La terapia col supporto di animali partirà il mese prossimo e si concluderà a fine anno
. A portarla a Trento saranno gli esperti della comunità di San Patrignano, fondata a fine anni settanta da don Vincenzo Muccioli, che hanno già accordi e sopralluoghi effettuati per le attività programmate coi cani.



L'iniziativa, che viene annunciata dal direttore della struttura penitenziaria, Antonella Forgione, è una delle novità introdotte quest'anno, grazie anche ai nuovi e più ampi spazi di Spini di Gardolo, aperti dallo scorso dicembre, che accolgono i detenuti dei vecchi carceri di Trento e Rovereto.

Quanto alla tossicodipendenza, la percentuale viene riferita "elevata - spiega Forgione - anche se bisognerebbe sempre fare una differenza tra chi si dichiara tale e chi lo è in modo comprovato. E' infatti noto come l'essere tossicodipendenti possa portare vantaggi nell'ottenimento della scarcerazione o dei domiciliari".

In ogni caso l'elevato numero di tossicodipendenti, così come la maggioranza di detenuti extracomunitari e giovani, tra i 20 e i 30 anni, sono i dati che Forgione sottolinea come ancora distintivi della popolazione carceraria.

Tra gli obiettivi del direttore c'è anche quello di ottenere "un approccio meno farmacologico al disagio del carcere. Perché - afferma - stare in carcere è di per sè un disagio. Quindi ad esempio l'avere problemi nel sonno saltuari o altre manifestazioni lievi di tale disagio sono questioni che dovrebbero essere affrontate innanzitutto con il colloquio, l'osservazione e il confronto".

E l'auspicio è che il servizio, passato nei mesi scorsi dall'amministrazione penitenziaria all'Azienda provinciale per i servizi sanitari, possa vedere in tal senso miglioramenti. Resta invece ancora sotto l'Amministrazione quello degli psicologi, "che tra l'altro sono coloro che devono contribuire a stilare le valutazioni che determinano il futuro dei detenuti e che da noi hanno 17 ore al mese per 220 persone, quando prima per Trento c'erano 13 ore e per Rovereto 12, quindi nel trasferimento ne abbiamo perse".



fonte:http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/