mercoledì 30 marzo 2011


Una buona notizia. Il Dipartimento Politiche Antidroga (DPA) della Presidenza del Consiglio dei Ministri in merito alle mie dichiarazioni fatte nel video: "Erba di casa mia" ha predisposto una segnalazione alla Procura perché valuti i reati di istigazione e proselitismo e induzione all'uso di droghe. E' una buona notizia di cui ringrazio Carlo Giovanardi, sottosegretario del Dipartimento, perché servirà a aprire una discussione sulla legge Fini-Giovanardi e sui suoi effetti. Con riferimento al comunicato: "DPA su Grillo: 'esternazioni false, fuorvianti e prive di fondamento'", indirizzo una lettera aperta a Carlo Giovanardi, la cui replica, se ci sarà, sarà pubblicata integralmente sul blog.
"Caro sottosegretario Giovanardi,
la ringrazio per il comunicato che mi ha dedicato e al quale voglio rispondere. Il mio video non è un "inno alla cannabis", come da lei riportato, ma la richiesta che la cannabisnon sia più equiparata alle droghe pesanti, con cui non ha nulla a cui spartire. Ho chiesto, e chiedo, che chi ne fa uso sia comunque sanzionato con una multa, ma non penalmente.
Nel comunicato c'è scritto:" le affermazioni fatte da Beppe Grillo, relative ad alcuni aspetti sulla cannabis e sulla carcerazione di persone che usano tale sostanza, siano esternazioni fortemente inesatte, fuorvianti e prive di fondamento". Quali sono queste affermazioni? Il fatto che in Olanda, ad esempio, sia lecito fumare cannabis e l'Olanda fa parte della Comunità Europea come l'Italia? Che le sanzioni previste dalla legge a lei intestata siano abnormi e spropositate, come recita l'articolo 4-bis comma b): "1. Chiunque, senza l'autorizzazione di cui all'articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall'articolo 14, e' punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000"? Che la Corte di Cassazione abbia confermato l'interpretazione della legge in un documento del gennaio 2009 a pagina 44 con: "Costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale"? E' inesatto affermare che secondo i dati del ministero della Giustizia alla fine del 2008 i detenuti erano 58.127, ad agosto 2009 63.771 di cui 23.505 arresti per droga? Dal testo della legge risulta che il rischio del carcere è anche per chi "coltiva". Avere piantine di canapa sul balcone o nell'orto è quindi un reato penale? E le sembra corretto?
Il motivo che mi ha spinto a occuparmi della sua legge forse non le è noto. Mi sono arrivate segnalazioni di arresti di persone, anche incensurate, per della cannabis nell'orto o accusate di averla in casa. Le abitazioni di queste persone sono state perquisite (ma non è necessario un mandato o basta un semplice sospetto per entrare in un'abitazione?). Tra queste vi erano un falegname di Perugia e un operaio di Rovereto. Sono entrati in carcere e lì sono subito deceduti. Si chiamavano Aldo Bianzino eStefano Frapporti, conosce le loro storie? Il comunicato sottolinea che: "nessun consumatore è mai stato arrestato in questi anni in quanto consumatore, salvo non vi fosse anche il reato di spaccio o traffico". Aldo e Stefano erano spacciatori? Ci sono delle prove? C'è una sentenza del tribunale? E, se non ci sono, perché sono stati arrestati? Rassicurandola che non faccio, né ho intenzione di fare, istigazione, proselitismo o induzione all'uso di droghe, la saluto e aspetto una sua risposta." Beppe Grillo
Carlo Giovanardi ha risposto alla mia lettera aperta sulla cannabis e lo ringrazio, di solito i politici tacciono o denunciano.
Ripeto però quanto ho già scritto in precedenza. La cannabis non va equiparata alle droghe pesanti. A chi ne fa uso personale non dovrebbe essere erogata una pesante sanzione economica e tolti "esclusivamente" la patente, il passaporto, il porto d'armi.Senza patente e passaporto spesso non si può più lavorare. Chi coltiva per uso personale una piantina di cannabis (cosa significa: "coltivazione di lieve entità"?) non vatrattato a priori come uno spacciatore a meno che non sia provato in un tribunale italiano. Un incensurato non può essere sbattuto in galera per poi morirci. Per quanto riguarda Bianzino e Frapporti, deceduti in carcere appena arrivati, sono persone che non possono più difendersi. Sono morti. Nessuna sentenza definitiva di colpevolezza, mi risulta (o forse sbaglio?), è mai stata emessa nei loro confronti. Quando un politico è condannato in primo grado è innocente fino alla Cassazione, spesso viene prescritto, ma intanto continua a rimanere in Parlamento. Un povero diavolo che diritti ha?
Per finire, non è possibile che esistano su un tema così delicato e transnazionale come la droga leggi in totale contrasto tra loro in Europa. In Olanda si fuma, legalmente, uno spinello nei locali pubblici. In Italia la marijuana è considerata diabolica. Una direttiva europea alla quale si uniformino i vari Stati contribuirà a far chiarezza sulle reali conseguenze della cannabis.
"Caro Grillo,
rispondo volentieri alla sua lettera aperta. Devo subito ribadire per la millesima volta che, al contrario di quanto da lei affermato, in Italia non è reato penale utilizzare droghe, come risulta chiaramente dalla legge specifica in materia, e che nessuno è mai stato perseguito penalmente per il consumo personale ma esclusivamente per traffico, spaccio o condotte ad esso collegate o coltivazione.
A chi fa uso personale di droga viene esclusivamente erogata una sanzione amministrativa con ritiro della patente, del passaporto e del porto d’armi. Non si capisce pertanto cosa lei voglia dire quando chiede di depenalizzare una fattispecie che nel nostro ordinamento è già stata da tempo depenalizzata.
Non si ritiene assolutamente necessario inoltre riaprire alcun dibattito sulla normativa in vigore, cosi come è emerso anche molto chiaramente dalla V Conferenza Nazionale sulle droghe di Trieste, dove tutti gli operatori riuniti hanno indicato, politici dell’opposizione compresi, che stante la gravità del fenomeno e della diffusione fosse meglio concentrarsi e coordinarsi tutti, in uno sforzo comune, sui reali problemi della lotta alla droga, in sinergia e fuori delle sterili e strumentali polemiche sulla legge, orientando soprattutto i nostri sforzi alla prevenzione dell’uso di qualsiasi tipo di droghe.
Per quanto riguarda le pene previste per la coltivazione non autorizzata di cannabis, si ricorda che la pena per la coltivazione di lieve entità è la reclusione da uno a sei a anni e la multa da euro 3.000 a euro 26.000 e non, come da lei riferito, con la reclusione da 6 a 20 anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000. Tali pene sono previste invece per quantitativi più considerevoli, commisurando appunto la pena al reato.
Ricordo inoltre che la pena può essere convertita in misure alternative se l’arrestato è anche tossicodipendente, prevedendo, quindi, l’uscita dal carcere per intraprendere idonei trattamenti. La coltivazione di cannabis non autorizzata è reato anche in Olanda come in Italia.
Relativamente ai due casi da lei segnalati di persone decedute in carcere, va chiarito che dopo opportune verifiche con i magistrati di competenza, e per quello che risulta agli atti, le persone arrestate, da lei menzionate, non erano in carcere per consumo di droga o per il possesso di modiche quantità di marijuana, bensì erano state arrestate, sulla base dell’art. 73 del DPR 309/90 e s.m., in quanto ambedue le persone furono colte in flagranza di reato.
Nello specifico, per quanto riguarda Aldo Bianzino, risulta agli atti che l’arresto avvenne “nella fragranza del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti”. All’interno della sua abitazione, infatti, sono stati rinvenuti circa 2 kg di marijuana, n. 15 involucri di carte per il confezionamento e circa 2 g di hashish. Inoltre, in un piccolo pezzo di terreno di proprietà del sig. Bianzino, venivano inoltre rinvenute n. 103 piante di marijuana. Purtroppo, il processo a carico dell’imputato non si è potuto celebrare per l’avvenuto decesso in carcere, sulle cause del quale è ancora aperta un’inchiesta.
Analoga situazione è stata riscontrata per il sig. Stefano Frapporti per cui, dopo una perquisizione domiciliare, sono stati ritrovate quantità di hashish e marijuana in dosi già preparate, bilancino per la preparazione di tali dosi, arnesi e materiali per il confezionamento, denaro in contanti. Oltre a questo, erano state documentate anche attività di spaccio sul territorio. Anche in questo caso, purtroppo, si trattava quindi di un arresto in seguito ad attività documentata di spaccio.
Converrà con me che questi dolorosissimi episodi di decesso o suicidio in carcere non dovrebbero mai avvenire, ma purtroppo non ho mai avuto molta solidarietà quando ho ripetutamente segnalato la necessità di evidenziare che la custodia cautelare debba essere un’eccezione rispetto alla regola di scontare la pena in carcere, quando un giudice terzo arrivi con ragionevole rapidità ad una sentenza di condanna.
La saluto con la speranza che si voglia affiancare a noi nell’indicare ai giovani e ai meno giovani la pericolosità per loro e per gli altri dell’uso di qualsiasi tipo di droghe e della necessità di non utilizzarle in nessun caso.
Cordialmente. Sottosegretario di Stato." Avv. Carlo Giovanardi


Carceri/ Si suicida 34enne a Venezia: da gennaio 35 morti -punto

Di cui almeno 14 suicidi accertati: cinque solo a marzo

postato 2 giorni fa da TMNews
Nel solo mese di marzo 12 detenuti sono morti nelle carceri italiane, di cui almeno 5 per suicidio e, da inizio anno, si sono registrati in totale 35 decessi in carcere, di cui 14 suicidi accertati. L'ultimo suicidio ieri: Ilie Nita, 34 anni, romeno residente a Vigonovo, nel veneziano, si è impiccato nel pomeriggio nella sua cella del carcere di Santa Maria Maggiore, a Venezia. Era detenuto dallo scorso 10 febbraio, dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Dolo con l'accusa di estorsione nei confronti della sua ex compagna, anch'essa romena, dalla quale con minacce e intimidazioni si sarebbe fatto consegnare 300 euro. Ma l'uomo si è sempre proclamato innocente - rende noto l'associazione Ristretti Orizzonti - e aveva già compiuto un gesto di grave autolesionismo, che aveva costretto gli agenti della polizia penitenziaria a trasferirlo alcuni giorni in ospedale per le cure. Dopo il suo ritorno in cella, dunque, era tenuto particolarmente d'occhio, ma gli organici a Santa Maria Maggiore "sono all'osso e in questo momento di sovraffollamento spesso c'è un solo un agente che deve tenere d'occhio ben cento detenuti". Il giovane romeno ha approfittato del fatto che i suoi compagni di cella, dopo il pranzo, erano usciti in cortile per l'ora d'aria e anche l'agente del piano si era spostato per controllare il cortile: lui si è appeso alle sbarre e, intorno alle 15.30, quando i suoi due compagni sono rientrati hanno visto quel corpo appeso. Era ancora vivo, le sue gambe hanno lanciato gli ultimi spasmi: uno di loro l'ha sollevato, l'altro ha chiesto aiuto, ma alla fine non c'è stato nulla da fare. Sono accorsi gli agenti, hanno sciolto il nodo che ormai era stretto al collo, però pochi minuti dopo è spirato. Informata dell'accaduto la magistratura, il pm Lucia D'Alessandro si è recata in carcere per appurare quanto successo. Il magistrato vuole fare massima chiarezza sull'ennesimo caso di suicidio in carcere, dopo l'inchiesta sulla morte di un giovane tunisino, suicidatosi il 22 settembre dello scorso anno. Per fugare ogni dubbio è intervenuto anche il medico legale Antonello Cirnelli, che ha ispezionato il corpo. Dall'esame necroscopico gli inquirenti dovranno escludere infatti ogni altra conseguenza. Per questo ieri, fino a tarda ora, gli investigatori son rimasti a Santa Maria Maggiore, dove hanno ascoltato più persone. Pare che il rumeno avesse già tentato di farla finita in altre due occasioni. Nel 2009 ci furono ben tre suicidi a Santa Maria Maggiore ed un altro avvenne lo scorso 22 settembre, per il quale sono tuttora in corso indagini miranti ad accertare eventuali responsabilità. Il caso che ha sollevato maggiore scalpore è stato quello del 26enne Mohamed P., marocchino, che si strangolò con un brandello di coperta il 6 marzo 2009 in una cosiddetta "cella liscia", priva di ogni appiglio e suppellettile, utilizzata per i detenuti a rischio suicidario ma, sembra, anche come punizione per gli indisciplinati. Per quella morte furono indagate diverse persone, tra cui l'Ispettore di Polizia Penitenziaria Domenico Di Giglio, che quel giorno comandava gli agenti in servizio e che fu accusato di omicidio colposo. La vicenda finì con una ulteriore tragedia, poiché Di Giglio, nel frattempo messo in congedo per problemi psicologici, si è tolto la vita il 27 settembre 2009, a tre giorni dall'inizio del processo per la morte di Mohamed, dopo aver ucciso la moglie Emanuela Pettenò, 43 anni.
VIRGILIO-notizie

LETTERE DAL CARCERE: LIVORNO, UN ISTITUTO PICCOLO E DIMENTICATO
Documenti
02.02.2006
Radio Carcere, 14 marzo 2006



È piccolo il carcere di Livorno. Piccolo e dimenticato, ma dentro grande è la disperazione, l’abbandono. Le mura del carcere più che imprigionare noi sembrano voler impedire che si sappia cosa accade lì. Perché nel carcere di Livorno ne succedono di tutti i colori, ma nessuno ne parla. Io ho passato, non mesi, ma anni in una cella che sarà stata di dieci metri quadri. Dentro ci stavamo in 6 e a volte 7 detenuti. Uno sopra all’altro. Si stava in una condizione invivibile, lo spazio per muoverci era minino, si faceva a turni per alzarsi dalla branda ed eravamo costretti a stare chiusi in quella celle per 21 ore al giorno. Noi si passava la giornata a letto a dormire o a guardare la televisione. L’ora d’aria, che ce la facevano fare in un cortiletto, era l’appuntamento più atteso del giorno. Questa la nostra giornata nel carcere di Livorno. Io non sono uno stinco di santo e di carceri ne ho girate, ma una cella così schifosa non l’ho vista mai. Una stalla.

Dal cesso usciva la merda, soprattutto di notte come un rigurgito delle fogne, e la salsedine del mare faceva marcire tutto, mura, sbarre e noi stessi detenuti esposti a un’umidità che ci spaccava le ossa. Tra di noi, in quella cella, c’erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Lì vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all’improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c’è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Lasciate a bagno con l’aglio per un po’ di ore, le lamette assicurano ferite più sanguinati. E così è.

Un capitolo a parte è il regime di disciplina che c’è nel carcere di Livorno. Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda di avere anche un semplice foglio di carta o una medicina si rischia la cella liscia. La scena è questa: tu chiedi una cosa, l’agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto va tutto bene ma e se tu reagisci, beh, loro o ti menano lì o ti portano nella cella liscia, quella di punizione.

Io una volta ho risposto e nella cella liscia ci sono stato. Una sera di novembre, sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fatto spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutante. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza neanche una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero.

In quella cella non puoi chiedere aiuto perché loro chiudono anche il blindato, che è una porta di ferro. Quando stai lì nessuno ti può sentire. O meglio, devi sperare che non ti senta nessuno, perché il peggio deve arrivare e sta lì ad aspettarti. Una notte io mi misi ad urlare e loro mi hanno sentito. Pochi minuti di silenzio, poi uno sbattere di cancelli e un rumore di passi pesanti che si faceva sempre più forte. Stavano venendo da me. Io mi sono messo in un angolo della cella per cercare riparo.

Sono entrati e mi hanno picchiato. Erano 6 o 7 guardie, con guanti e con gli scarponi che in cima hanno il ferro. E quelli fanno un po’ male. Sicché mi hanno spaccato la faccia. E si badi che il mio non è stato un caso isolato, non ero il solo nel carcere di Livorno a subire questo trattamento. Ho visto tanti detenuti presi e portati via. Quando tornavano in cella avevano i lividi addosso, spaccati in faccia e gli occhi pesti. Nel carcere di Livorno sono cose normali. Però una cosa va detta, ed è che il problema non sono le guardie. Il problema vero è che quando metti così tanta gente a convivere insieme è ovvio che si degeneri. Negli anni scorsi a Livorno eravamo in due per cella e al massimo volava qualche schiaffo (e pure meritato). Ora siamo in 6 o 7 per cella, e che t’aspetti i fiori la mattina? Insomma più detenuti e più severità, più violenza. Oggi i detenuti del carcere di Livorno hanno paura a parlare di queste cose e si riducono al silenzio. Ti ricordi la regola di prima? Devi stare zitto, altro che rieducazione. Silenzio o botte. Difficile in un posto come il carcere di Livorno capire chi è vittima e chi è carnefice, cosa è giusto o cosa non lo è. Ci si scontra, come auto nella nebbia.



Mario, 43 anni



Casa Circondariale di Livorno

Via delle Macchie, 9, tel. 0586.853044

Direttore: Anna Carnimeo

Data di costruzione: 1984



Detenuti



Capienza regolamentare: 273 detenuti

Capienza effettiva: 383 detenuti

212 sono condannati e 171 in attesa di giudizio

detenuti stranieri: 170

uomini: 349

donne: 34

90 sono tossicodipendenti e 5 affetti da Hiv

27 detenuti sono nella sezione di Elevato Indice di Vigilanza

39 nella sezione dell’Alta Sicurezza

ogni anno nel carcere di Livorno c’è un flusso di detenuti che va da 1.600 a 1.900 persone



Staff



Un Direttore

Polizia Penitenziaria: 275 ma effettivi 230

Educatori: 3

Assist. sociali: 3

Personale sanitario: 1 medico incaricato, medici specialisti in convenzione

Infermieri di ruolo: 1; non di ruolo 7



Struttura



L’istituto è nella periferia della città. Dalla stazione si è collegati con un servizio di autobus urbani. Il carcere ha un primo edificio esterno alla cinta muraria, dove ci sono gli uffici. Dentro le mura il carcere è diviso in tre padiglioni: il maschile, il femminile e quello dei semiliberi. La struttura è significativamente compromessa. Infissi e mura sono corrosi. Sia all’estero che all’interno il carcere è in cattivo stato.



Eventi critici



Ci sono spesso episodi di autolesionismo, specie per quanto riguarda gli stranieri. Negli ultimi due anni sono aumentati i casi di morte:

12 luglio 2003: Marcello Lonzi, 29 anni, muore in carcere per causa non accertata.

24 aprile 2003: M.D., giovane turco, si impicca con le stringhe delle scarpe legate alle inferriate della cella.

29 giugno 2004: D.B., 45 anni, si impicca con la cintura dei pantaloni.

31 luglio 2004: C.R., detenuto cileno di 50 anni, si impicca in cella

7 settembre 2004: L.V., 36 anni, si impicca con le lenzuola alla grata del bagno della sua cella.

27 dicembre 2004: Angelo Vincenti, 57 anni, di origini pugliesi, muore in cella durante la notte, forse ucciso da un infarto


Record
Il 60% circa dei farmaci distribuiti sono psicofarmaci.



fenix-occupato@inventati.org

CARCERE: ROMPERE LE GABBIE!
Le carceri italiane hanno poco da invidiare a paesi
come la Turchia, sono infatti tra le più affollate d’Europa, in alcune
regioni i detenuti sono il doppio del numero consentito, ogni mese
entrano circa 1000 detenuti,la stragrande maggioranza dei quali per
reati legati al possesso e spaccio di droga anche leggera, alla
immigrazione clandestina e a piccoli reati.
La popolazione carceraria a
fine anno arrivarà dunque a 70 mila unità, a fronte di una capienza di
44mila posti. Il 50% dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di
giudizio e i dati del Ministero di grazia e Giustizia dicono che il 30%
di loro viene assolto al momento del processo.
Il 40% dei detenuti ha
semplicemente violato le regole sancite dalla legge 3091990 meglio nota
come testo unico sulle droghe. In carcere ci sono quasi 27 mila detenuti
tossicodipendenti circa il 70% in più di quelli ricoverati in strutture
terapeutiche. I detenuti migranti non possono per lo più beneficiare
degli arresti domiciliari perché non hanno un posto dove andare, sono
privi di legami affettivi stabili e di supporti esterni (famiglia,
lavoro, legami sociali). Ben 13 mila detenuti immigrati sono colpevoli
solo di non avere rispettato l’ordine del questore di lasciare il
territorio nazionale, il loro reato risiede nella loro stessa esistenza
sociale . Ed è bene sapere che il detenuto che trascorre la pena in
carcere ha buona possibilità di tornare dietro le sbarre (il 68%) al
contrario di chi invece beneficia di misure alternative (meno del 27%
torna in carcere), ciò a dimostrare l’inutilità del carcere se non per
riprodurre le condizioni stesse della propria legittimazione
securitaria.

Allora questi pochi dati ci consentono di dire con
assoluta certezza che a nelle carceri italiane c’è un alto numero di
detenuti innocenti e quelli colpevoli in buona parte dovrebbero
beneficiare di misure alternative al carcere se esistesse una
legislazione e uno stato di diritto degne di questo nome e non legate
all’emergenza, alla carcerazione preventiva, alla ferocia securitaria
che sottrae risorse alla scuola e al sociale per investirli in apparati
repressivi, militari e di controllo sociale. L’Italia è stata condannata
per trattamenti degradanti e inumani, l’Italia non ha sottoscritto la
convenzione internazionale contro la tortura, è ormai drammatica
l’emergenza umanitaria e sanitaria, malattie come la scabbia, l’epatite,
la stessa Tbc sono diffusissime negli istituti di pena.
La situazione
delle carceri è insostenibile come si evince dalle sempre più numerose
denunce di maltrattamenti, di pestaggi che arrivano ai garanti dei
detenuti e a quei legali che si occupano di queste tematiche.
A questo
punto , se vogliamo affrontare la tematica carceraria bisogna partire da
una lotta per l’ abrogazione delle leggi vergognose che alimentano la
detenzione e al contempo creano un clima sociale irrespirabile.
Ci
chiediamo se la Bossi fini, la Fini Giovanardi e la Cirielli che
insaprisce le pene e ai recidivi e impedisce l’accesso a misure
alternative al carcere, come la semilibertà i permessi o l’affidamento
in prova, non siano leggi da abolire (come anche quegli aspetti
dell’ordinamento penitenziario vedi l’art.4 bis) e contro le quali
aprire una campagna politica che inchiodi la classe politica
all’assunzione di precise responsabilità. Ci chiediamo se non valga la
pena di partire dal carcere per una battaglia contro il testo unico
sulle droghe, per la eliminazione del reato di clandestinità e di
mancata ottemperanza all’ordine di espulsione, la costruzione di
percorsi terapeutici da un lato e di reinserimento sociale dall’altro,
tempi celeri per i processi che certo non potranno essere ottenuti con
una macchina giudiziaria sulla quale pesano come macigni le decisioni ad
personam del Presidente del Consiglio e del Ministro Alfano. Sarebbe
ragionevole una riforma seria del Codice Penale italiano, in buona parte
fermo ancora agli anni “30 della dittatura (vedi la configurazione dei
reati associativi e di pericolo presunto) che si concluda con una
Amnistia riequilibratrice. Sono questi solo alcuni esempi di come
trasformare la questione carceraria in battaglia politica perché la
soluzione non sia la riproposizione delle logiche securitarie, la
edificazione di nuovi carceri o delle chiatte galleggianti.
Occuparsi
oggi di carcere significa non solo aiutare il detenuto e seguire il tema
specifico di cui nessuno piu’ si occupa, vuol dire rimettere in
discussione legislazioni, modelli sociali e culturali ormai trasversali
al sistema politico. E da qui riparte la campagna no carcere, perché le
zone del silenzio si trasformino in proposta e azione politica.
ZONE DEL SILENZIO -PISA-

Carceri, è tortura di Stato

di Tommaso Cerno
Immaginate di passare ogni giorno in una cella di due metri a quaranta gradi. In piedi o sdraiati su una gommapiuma impregnata dal sudore altrui. Questa è tortura vera, non metaforica. La denuncia di Adriano Sofri
(21 luglio 2010)
Carceri sovraffollate. Celle anguste. Caldo. Niente acqua. Niente aria. Un'estate torrida che spinge a violenze e autolesionismo. Fino al suicidio in cella di chi è così disperato da non voler più vivere. L'allarme che "L'espresso" aveva lanciato qualche mese fa, denunciando il limite di capienza ormai sforato degli istituti penitenziari italiani, diventa cronaca quotidiana di morte nelle galere. E la ragione è un sistema detentivo ai limiti dell'umano, che Adriano Sofri equipara a «una tortura di Stato».

Cosa significa davvero trascorrere in carcere un'estate come questa?
«Per capirlo basta pensare a cosa significhi questo caldo torrido per una persona libera. Chiunque soffre a queste temperature la mancanza d'aria fresca, ha difficoltà a muoversi, a spostarsi e a dormire. Se trasferiamo queste sofferenze in una cella dove lo spazio è di due metri quadrati è facile immaginare cosa succede dentro le prigioni. E' come passare l'estate su un autobus nell'ora di punta. Puoi al massimo sederti, ma non sempre è possibile, perché non c'è lo spazio. Puoi stare in piedi per ore, oppure sdraiato su una squallida branda, a giacere su materassi vecchi, impropriamente chiamati di gommapiuma e imbevuti del sudore di generazioni di detenuti che ci marciscono sopra. Ogni ora, ogni giorno».

E la notte?
«Le celle vengono chiuse il più delle volte alle 18, oppure alle 20, e restano chiuse da quell'ora fino al mattino successivo. Le finestre hanno normalmente tre file di ferro: una grata, una fila di sbarre e una seconda di sbarre meno fitte. A certe ore il sole batte dritto su quell'ammasso di ferro che fa da coperchio e trasforma la cella in una triplice graticola che agisce come uno strumento di tortura sui detenuti stipati all'interno. E' lo strumento che rese celebre San Lorenzo. Sono dei forni veri e propri e all'interno ci sono persone che non possono fare nulla, se non stare immobili, giacere ed attendere che prima o poi l'agonia finisca». 

E' per questo che violenze e suicidi aumentano?
«Sì. Le violenze e anche l'autolesionismo grave. Ci sono detenuti che si riducono a brandelli perché sperano di essere portati in infermeria, di poter prendere degli antidolorifici o dei farmaci, o anche solo sperano di poter fumare una sigaretta».

Nei primi sei mesi di quest'anno 37 detenuti si sono tolti la vita in cella.

«Secondo me la domanda che dovremo farci, in queste condizioni, non è perché ci si suicidi così tanto, ma piuttosto perché ci si suicidi ancora così poco, visto che le carceri sono strutture che non portano affatto alla rieducazione, ma piuttosto istigano a farla finita, all'incubo ottocentesco di essere sepolti vivi. Spesso manca anche l'acqua per lavarsi la faccia e quella dei rubinetti non è potabile. Dovrebbero essere distribuite bottiglie d'acqua a basso costo, che il carcere spesso invece non distribuisce».

Perché lo Stato non interviene?

«La realtà è che nelle carceri italiane c'è la tortura. Non in senso generico o metaforico, proprio in senso tecnico. Queste condizioni, anche senza botte o provocazioni volontarie, si configura come una tortura di Stato. Per cui, se esiste un torturato esiste anche un torturatore. Non parlo degli agenti penitenziari che sono a loro volta, in senso lato, dei semi-detenuti, ma delle autorità che hanno a che fare con questo sistema. Gente che per cattiveria, imbecillità o peggio fa leggi che spediscono in carcere persone che non ci dovrebbero andare. E che non prende alcuna misura per evitare la situazione tragica a cui le condanna».

I magistrati potrebbero fare qualcosa?

«I magistrati, quando non hanno una vocazione almeno iniziale a occuparsi delle carceri credendoci davvero (e sono la minoranza, molti più fra le donne), sono persone che cercano di smaltire con il minimo danno la gestione di una discarica, a loro affidata, con istruzioni che dicono di fare il meno possibile e di girarsi dall'altra parte. Spesso quello che sentenziano è un voto a fine scrutinio: 10, oppure 18. Ma nessuno pensa che quel 10 significa 10 anni moltiplicati per 365 giorni e ancora per 24 ore, per due metri quadrati e per tre file di sbarre. Su questo i magistrati sembrano non porsi nemmeno il problema».
      Da "L'Espresso" 

Mobbing in carcere







LUNEDÌ 21 MARZO 2011

Giustizia: Opg; in 300 potrebbero uscire, ieri sera il documentario shock in televisione



Dire, 21 marzo 2011

Sono più di 300 in Italia i “dimissibili”, le persone che si trovano in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) pur avendo, spesso da anni, tutte le carte in regola per uscire. Alla fine del 2010 la commissione d’inchiesta del Senato sul Servizio sanitario nazionale ha contato all’interno degli Opg 376 dimissibili, di cui poi sono stati effettivamente dimessi solo 65, invece per altri 115 è stata disposta una proroga della pena, mentre 6 nel frattempo sono morti senza riuscire a mettere piede fuori da strutture fatiscenti fino all’inverosimile, come documentano le immagini girate nelle visite della commissione stessa e poi messe insieme in un
documentario di cui un ampio stralcio di una ventina di minuti è stato trasmesso ieri sera dalla trasmissione di Rai Tre Presa diretta.
Nei 6 Opg sparsi sul territorio nazionale, “sembra di essere rimasti fermi al 1930, ai tempi del codice Rocco e dei manicomi, come se la legge Basaglia non ci fosse mai stata”, dichiara il presidente della commissione Ignazio Marino. Immagini forti, che mostrano persone in evidente stato di abbandono, circondati dalla sporcizia ovunque, in condizioni igieniche inaccettabili, le pareti scrostate e piene di muffa, letti arrugginiti, cinghie di contenzione e latrine e attaccate ai fornelli. Persino letti e materassi con i buchi al centro, per lasciar cadere le deiezioni di persone legale per giorni senza poter andare in bagno.
“In quelle condizioni potremmo ritrovarci anche noi se commettiamo reati anche bagattellari, e in quel momento veniamo considerati non in condizioni di intendere e di volere. E poi si rischia di non riuscire più ad uscire, senza essere nemmeno curati”, ha sottolineato Marino. Tra le storie raccolte dalla commissione nel tentativo di inquadrare i percorsi anomali che conducono a quel tipo di internamento, c’è un uomo che venticinque anni fa è andato davanti a una scuola vestito da donna, chi nel 1992 ha fatto una rapina da settemila lire in un’edicola fingendo di avere una pistola in tasca, chi è stato trasferito in Opg nonostante ci fosse una comunità disposta ad accoglierlo.
“Nel documentario si vede un letto con il buco al centro per far cadere le urine e gli escrementi. Lì sopra abbiamo trovato un uomo nudo, legato non con delle cinghie ma con delle corde. Quel letto era tutto arrugginito per le decine di persone che negli anni ci erano state legale sopra”, racconta Marino, che a proposito delle proroghe infinite ha detto: “Siamo rimasti sconvolti quando abbiamo trovato i moduli prestampati e fotocopiati in cui la proroga consisteva nel mettere la data nuova, senza nessuna certificazione reale delle condizioni per cui si stabilisce la proroga”. Tra le evidenze accertate dalla commissione anche il fatto che spesso in questi istituti mancano gli psichiatri ancora prima che delle cure per la malattia mentale: “Abbiamo trovato una tale condizione di solitudine e abbandono che è la negazione stessa della cura - ha dichiarato Daniele Bosone, relatore di minoranza dell’inchiesta - è indispensabile che l’aspetto sanitario prevalga su quello carcerario e si arrivi alla chiusura degli Opg”

Da "ristretti.org"