mercoledì 25 gennaio 2012

Il trionfo della subcultura del più forte


In carcere il trionfo della subcultura del più forte

Giuseppe Colazzo è un detenuto che non si è arreso al carcere e qui ha avuto la forza di intraprendere un percorso di studi. La laurea triennale e poi quella specialistica in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Torino sono il risultato di un impegno anche conoscitivo centrato tutto su quella che è stata definita “istituzione totale”. Dalla prima tesi “La devianza tra i devianti. I valori, le norme di una comunità carceraria e la loro trasgressione” (a.a. 2004-05) pubblicata per intero sul sito ristretti.it, voglio evidenziare alcuni aspetti nella comunicazione interni alla comunità carceraria che solo un detenuto con particolari conoscenze metodologiche poteva evidenziare. Mettendo in atto l’osservazione partecipata sulla “pratica della vita carceraria” è riuscito a dimostrare, tra l’altro, come in carcere si consolidino e si rafforzino trasgressione e devianza. Osservazione partecipata che apre una breccia nelle dinamiche socializzanti tra i detenuti rendendoci partecipi di come all’interno della comunità carceraria si mantengano poteri e status, in quanto regole condivise e ritualità vanno ad intrecciarsi con un processo di adeguamento denominato “prigionizzazione”, più incisivo sulla vita del singolo di quanto non sia la struttura carceraria e la sua burocrazia. Dinamiche funzionali alla stessa comunità dei detenuti nel mantenere la devianza come normalità fino a formare una vera e proprio subcultura. Boss e affiliato all’acme di una gerarchia di potere che l’istituzione carceraria non riesce a controllare neanche col 41 bis. Di tutto questo Colazzo parla nel secondo capitolo, “La pratica della vita carceraria”. Ma la tesi è tutta da leggere!

LA PRATICA DELLA VITA CARCERARIA

di Giuseppe Colazzo

2.1 Le tipologie di detenuti

Prima di passare ad analizzare come si svolge praticamente le vita carceraria e che tipo di  rapporti esistono tra carcerati, è necessario ricordare, se ce ne fosse bisogno, le varie tipologie di detenuti. La seguente classificazione va tenuta in conto poiché è evidente la diversità tra le tipologie, sia dal punto di vista della ricerca del potere, difficilmente raggiungibile per alcune categorie rispetto ad altre e che permette a chi ne è il detentore di tagliarsi uno spazio personale in cui gli altri non hanno accesso, sia dal punto di vista dell’effetto della prigionizzazione, alta o bassa a seconda della tipologia. La divisione in tipi diversi di detenuti viene fuori soprattutto tenendo presente non solo l’entità della pena e il tipo di reato, i quali possono essere anche simili tra le diverse categorie, ma anche se si tiene conto della cultura individuale precedente alla carcerazione e di conseguenza la predisposizione di ognuno ad accettare o a rifiutare la subcultura carceraria. Come si vedrà, i boss mafiosi, gli affiliati e, sovente, i delinquenti abituali provengono da un ambiente “particolare”, in cui “è tenuto conto” della possibilità di trascorrere una parte della loro vita in carcere, per cui sono anche preparati psicologicamente; mentre il resto dei detenuti, individuato nella categoria dei non etichettabili, hanno provenienza diversa, anche se non tutti, e fanno fatica ad accettare non solo la pena in sé ma tutto ciò che ruota intorno alla comunità carceraria, regole comprese. Infine della categoria dei devianti per eccellenza fanno parte quei detenuti, individuabili esclusivamente dal tipo di reato o dal loro comportamento “immorale”, tendente cioè alla delazione (vedi pentiti).
  • boss mafiosi: sono coloro che solitamente detengono il potere all’interno del carcere e che regolano la vita carceraria facendo rispettare le regole, impartendo ordini e sanzioni;
  • affiliati: sono i picciotti dei boss mafiosi che controllano, o dovrebbero controllare, il territorio per conto del capo. L’alto o basso grado del potere del boss è dato solitamente dal numero più o meno ampio degli affiliati. Il carcere è vissuto dagli affiliati come fosse la loro casa e, di solito, è una scelta razionale quella di delinquere o quella di affiliarsi ad un “gruppo” piuttosto che a un altro. Dipende molto dalla vicinanza materiale della persona a cui si fa riferimento: abitare nello stesso quartiere o lo stesso palazzo, aver condiviso con lui la stessa cella in passate carcerazioni, aver ricevuto favori particolari, ecc.; 
  • delinquenti abituali: sono tutti quelli che entrano ed escono dal carcere ma non sono affiliati: scippatori, rapinatori, ladri, spacciatori, ecc. Questi detenuti hanno un grado di prigionizzazione troppo alto e sanno affrontare i pericoli insiti nella carcerazione perché hanno imparato attraverso l’esperienza diretta. Molto spesso si affiliano, magari per convenienza; sanno che la loro vita non può cambiare, per cui cercano di stare nel miglior modo possibile in carcere. Affiliarsi diventa quasi naturale. Coloro che non lo fanno preferiscono rimanere indipendenti; solitamente sono i più forti di carattere, più forti fisicamente  e più capaci di gestire i loro rapporti con gli altri. La forza fisica ha una certa funzione deterrente, che difende chi ne è dotato dagli abusi di potere “legittimi” o “non legittimi”, come quelli messi in campo da personaggi con pochi scrupoli. Infatti risulta più difficile imporre un certo comportamento ad un individuo alto un metro e ottanta con novanta chili di peso che imporlo ad uno che è alto uno e settanta e pesa settanta chili. A volte basta solo la prestanza fisica per tenersi lontani dai pericoli insiti nell’interazione con gruppi che fanno riferimento a valori diversi rispetto ai propri.
  • detenuti non etichettabili: solitamente il termine “comune” è associato a quei detenuti che non sono né mafiosi, né politici e sono raggruppati in sezioni, appunto, comuni. In questa sede i “comuni” sono i non etichettabili e saranno differenziati anche dai delinquenti abituali per marcare l’esistenza in carcere di persone che hanno fatto un reato per la prima volta, i “pivelli”, che, acquistando  esperienza con il tempo, diventano “esperti”; sono coloro che si sono macchiati di un solo reato e che scontano la pena, anche lunga, cercando di differenziarsi dagli altri. Questi sono spesso diversi per cultura, per intelligenza, per estrazione sociale. La diversità deriva anche dal fatto che non riescono ad accettare l’ambiente carcerario con le sue regole e oppressioni, ma sono costretti ad adeguarsi. Sono coloro che spesso vengono etichettati come devianti dal resto della popolazione carceraria, indipendentemente dal reato che hanno compiuto.

Il loro grado di prigionizzazione è di solito basso perché non riescono ad accettare una integrazione totale con l’ambiente, anche se la subiscono, loro malgrado.

È dal punto di vista di questi detenuti che si intende guardare le regole pratiche carcerarie, perché solo così si potrà comprendere le conseguenze che esse hanno sulla psiche e sul comportamento degli stessi detenuti, proprio perché provengono da una cultura diversa, arrivano in un ambiente al quale loro non ci avevano mai pensato nel corso della loro vita. Si vedono catapultare da una realtà ad un’altra senza che ci sia stata una sorta di “transizione iniziatrice” o “apprendistato”, come avviene per esempio per quei delinquenti abituali che conoscono l’ambiente carcerario poco per volta. Questi detenuti vengono messi alla prova in tutti i momenti della giornata, sia dai loro stessi compagni sia dalle pratiche istituzionali. Nel linguaggio carcerario mafioso, queste persone sono spesso chiamati “boni vaglioni” o “boni cristiani” (bravi ragazzi o brave persone o semplicemente non affiliati), a seconda che si tratti di giovani o adulti.
  • Detenuti devianti per eccellenza: sono i pedofili, gli omosessuali o transessuali, gli stupratori, i pentiti di mafia, gli infami; sono tutti quei detenuti che non condividono gli stessi spazi degli altri, o perché hanno commesso reati ripugnanti (pedofili, stupratori), o perché sono “diversi” (omosessuali), o perché per vari motivi hanno accusato altre persone di qualche reato (pentiti, infami). Questa tipologia verrà trascurata solo per il fatto che i detenuti non sono presenti tra gli altri, quindi costituiscono un mondo a parte, anche se è facilmente ipotizzabile che nelle loro sezioni (ad eccezione di quelle dei pentiti), è in vigore la legge del più forte.
Credo che queste tipologie valgano anche per le donne, anche se, naturalmente, non ho esperienze dirette. Però spesso sono le compagne di altri detenuti e non è difficile sentir parlare un detenuto della situazione femminile in carcere. Probabilmente il loro ambiente non è molto diverso da quello degli uomini, perché i racconti dei loro amici in carcere tende quasi sempre a evidenziare l’uguaglianza delle condizioni tra uomini e donne, anche se c’è da tenere presente che la comunità femminile è molto ristretta numericamente (le celle quasi sempre sono singole), per cui i rapporti tra di loro hanno più un carattere amicale piuttosto che di contrasto.
È necessario precisare a questo punto che soprattutto nell’ultimo decennio sono aumentati gli immigrati in carcere, soprattutto al nord, ma anche al sud c’è stato il periodo tra il 1989 e il 1993, ossia in concomitanza dei primi sbarchi massicci di immigrati provenienti dall’est, soprattutto albanesi e slavi. Classificare questi detenuti non è facile, ma si può azzardare a dire che non possono essere inclusi nelle prime due categorie, per la mancanza di una cultura mafiosa, così come è quella italiana. Questo non vuol dire che non possono attingere al potere, anzi tra di loro esiste spesso una figura di riferimento che intrattiene i rapporti con gli indigeni. Sicuramente non si interessano della comunità nella sua totalità, non la vedono come qualcosa di strutturato e organico. Tra di loro non ci sono regole che riguardano i comportamenti da tenere in carcere. Spesso ho discusso con loro proprio di questa diversità e ne è venuto fuori che ognuno è responsabile delle proprie azioni, non ritenendo giustificabile la presenza di tutte quelle regole. Cercano di assimilarle perché sanno che i detenuti italiani sono ancorati soprattutto al valore del rispetto. Sicuramente è più semplice classificarli come delinquenti abituali dato che moltissimi di loro hanno commesso gli stessi reati reiterati e hanno conosciuto il carcere poco per volta.
   Tra una categoria e l’altra si possono verificare dei passaggi, soprattutto a causa del «contagio sociale»[1], in base al quale i detenuti «si concentrano territorialmente, accentuano le loro caratteristiche di temperamento e ne cancellano altre»[2]. Il “contagio” avviene perché si vive in ambienti ristretti, ma dipende anche dal caso. Per esempio, è potenzialmente più facile passare dalla categoria dei delinquenti abitualia quella degli affiliati se si è ubicati in una cella in cui i primi sono a maggioranza piuttosto che il contrario. Col tempo si sviluppano stili di comportamento e valori comuni e si giustificano atteggiamenti caratteristici. Se consideriamo impropriamente, dal punto di vista del potere, la disposizione delle categorie come una scala gerarchica, al cui vertice stanno i “boss”, si può facilmente concludere che passaggi tra una tipologia e l’altra avvengono quasi sempre in modo ascendente e mai discendente. È difficile che un affiliato passi nella categoria deidelinquenti abituali o in un’altra, in quanto è la scelta di affiliazione è definitiva, a meno che il soggetto non si sia macchiato di una colpa grave, come quella di “denunciare un suo compagno”. Può succedere anche che un detenuto non etichettabile passi nella categoria degliaffiliati senza procedere per quella dei delinquenti abituali. Soltanto per diventare un “boss” è necessario, naturalmente, essere un “affiliato”. Dal punto di vista del detentore del potere, la scala gerarchica è formata dal “boss mafioso”, che sta al vertice, dagli affiliati, collocati in una posizione media della piramide, e da tutti gli altri che sono alla base, tra i quali un occhio di riguardo è per quegli individui che caratteristicamente hanno una certa predisposizione ad essere affiliati. I “devianti per eccellenza”, essendo disprezzati in genere da tutta la comunità, una volta etichettati come tali, non hanno voce in capitolo. D’altra parte sono isolati dal resto dei gruppi direttamente dagli amministratori penitenziari.
   La distinzione tra le categorie vale per tutti i tempi e tutti i luoghi, anche se c’è da sottolineare che nelle carceri del sud, essendo maggiore l’influenza della malavita organizzata esterna, il ruolo del boss o dell’affiliato assume una posizione di maggior rilievo rispetto agli altri. Non bisogna dimenticare che l’istituzione del 41bis ha permesso l’allontanamento di molti “boss” dalle sezioni comuni e ciò ha consentito una diminuzione del loro potere. Di conseguenza, se da una parte è causa di conflitti tra gruppi (al sud), dall’altra ha permesso l’instaurarsi di una concezione nuova, in cui la figura del boss è quasi inesistente. In generale, si può dire che le tipologie dei detenuti sopra riportate sono valide in tutte le comunità carcerarie.
Probabilmente le regole e il potere, oggetto di discussione nel prossimo paragrafo, sono percepiti in modo diverso a seconda della prospettiva del detenuto. Se questi è un “comune”, il loro impatto è psicologicamente più destabilizzante. E’ questo il motivo che mi spinge ad analizzare la comunità carceraria dal suo punto di vista. D’altra parte la comunità carceraria è un mondo così complesso e ricco di contraddizioni che è difficile mettersi nei panni di tutte le categorie.


      2.3 I valori fondamentali: rispetto e omertà
  
Il rispetto è un concetto fondamentale, è il “principio” che sta alla base di tutte le norme che regolano la vita carceraria. È una “forza generatrice” che crea regole e consente di tenere stabile una comunità altrimenti instabile, votata all’anarchia, alla legge del più forte, di tutti contro tutti. È da tenere presente, però, che all’interno del carcere il significato è andato modificandosi con il tempo, per cui è necessario soffermarsi per analizzarlo meglio.
Il rispetto è un «sentimento di deferenza, stima e considerazione verso persone, principi e istituzioni»; oppure un «sentimento e atteggiamento di riguardo verso la dignità o il valore altrui, che ci trattiene dall’offendere, dal recare danno […]»[3]. Rispettare la dignità altrui è fondamentale nella società civile, anche se a volte viene calpestata.

In carcere il rispetto è una sorta di imposizione, o meglio lo è diventato, ed è cambiato di significato.

Non è più un “sentimento nato da stima verso persone ritenute superiori”, ma un “atteggiamento che il detenuto deve tenere nei confronti di chi è più forte”, oppure vuol dire “non offendere le persone ritenute superiori dalla comunità”. In termini pratici significa “obbedienza”. Il vero significato di “rispetto” non ha più valore se non in situazioni di vera amicizia che può nascere tra persone che convivono nella stessa comunità. Ha lo stesso significato, invece, rispetto alla società civile quando riguarda le norme. Nella subcultura mafiosa un “uomo di rispetto” è l’uomo omertoso, colui che ha fatto strada nel crimine, che ha il potere di farsi obbedire da un gran numero di altre persone, suoi affiliati. Questo concetto è stato trasferito in carcere, per cui si capisce benissimo che il rispetto è falso, perché scaturisce dalla paura e non dalla stima per qualcuno. Nel gruppo criminale il rispetto è ritenuto di fondamentale importanza, ma potrebbe anche essere giusto se rimanesse nell’ambito del gruppo in questione, visto dal loro punto di vista.  È senz’altro vero, d’altra parte, che una concezione così deterministica del rispetto ha consentito negli anni di “governare” una comunità altrimenti priva di regole, in cui la prevaricazione dell’uomo sull’uomo utilizzando la forza fisica avrebbe costituito la prassi. A tale riguardo (considerato che nelle carceri italiane la promiscuità sessuale è considerata un atto deplorevole e combattuta con tutti i mezzi), basta ricordare che è stato così alterato il concetto di “rispetto” a tal punto che fare la doccia nudi o girare in mutande in cella non è consentito. Anche se il termine ha perso il suo originale significato, è ancora molto importante quando si tratta di rispettare l’anzianità, non soltanto quando si riferisce a persone che hanno trascorso molti anni in carcere, ma anche quando l’anzianità è biologica.

Molte volte ci si trova nella condizione di “rispettare il cane per il padrone” (altra espressione linguistico-gergale tipicamente carceraria, diffusa anche nella società civile), ossia dare rispetto a persone che non lo meritano per il loro carattere prepotente o per il loro modo di agire irrispettosamente soltanto perché sono “amici” di qualcuno influente all’interno o all’esterno.

È una situazione in cui si è nell’impossibilità di agire come si vorrebbe verso certe persone “protette”, ed allora queste si permettono di insultare o umiliare i più deboli, con la conseguenza di generare animosità e odio. È accaduto spesso che coloro i quali non avevano ancora “scaldato il letto” (altro gergo), cioè individui da poco in carcere, abbiano voluto dimostrare da subito la loro potenza nei confronti di altri già “vecchi di galera”, manifestando palesemente la loro presunta superiorità. Da norma consolidata, si dovrebbe avere rispetto di quelle persone già “anziane”, ma tale regola è stata spesso disattesa e quando il “padrone” veniva trasferito in altro carcere, il “cane” veniva severamente “bastonato” e indotto a un comportamento più consono.
Si può concludere dicendo che il rispetto è un valore fondamentale ed il suo significato, ad eccezione di quanto detto sopra, si riduce nel detto «fai quello che ti dicono e non fare quello che fanno», ma, realisticamente, è preferibile una situazione di potere elitistico-assolutistica, in cui esiste una figura fondamentale di riferimento, piuttosto che la guerra di tutti contro tutti? A conclusione di questo lavoro si cercherà di dare una risposta a questa domanda.
Un altro importante valore è l’omertà. Che cos’è? È  una solidale intesa che vincola i membri della malavita alla protezione vicendevole, tacendo o mascherando ogni indizio o prova utile per l’individuazione dei colpevoli. Spesso  si è omertosi per paura, solidarietà, difesa di interessi personali, ecc. Nella cultura meridionale è un valore fondamentale perché implica la sottomissione alle regole delle varie organizzazioni mafiose. Come il rispetto, l’omertà è un elemento essenziale, senza il quale non avrebbero senso molte delle regole che saranno prese in considerazione nei prossimi paragrafi.
Oltre ai due valori principali esistono, come nella società libera, anche altri valori soggettivi, che dipendono soprattutto dalla cultura di provenienza di ogni singolo detenuto: solidarietà, amicizia, libertà, uguaglianza, dignità della persona, famiglia, giustizia e altri. Più che in passato, quando era meno differenziata al suo interno, anche la comunità carceraria è caratterizzata dal pluralismo dei valori. Tali valori possono essere in conflitto tra di loro e l’individuo si trova sovente in situazioni di dilemma etico.

Ad esempio, succede che il valori della solidarietà verso i più deboli e della libertà entrino in conflitto con quello dell’omertà.

Sono infinite le situazioni in cui i detenuti sono costretti a scegliere tra valori ai quali danno comunque molta importanza.


2.2 Le norme comunitarie e il potere

Per comprendere il senso della vita del carcere si deve guardare ad ogni istituto penitenziario come ad una società nella società. Gli individui rinchiusi insieme per un lungo periodo di tempo danno vita ad un micro-sistema sociale capace di sviluppare, nel limite dell’ordine sociale imposto dalle Istituzioni e dalle guardie, un proprio peculiare ordine informale, cioè basato su regole non scritte, che si tramandano di generazione in generazione, che per semplicità chiamiamo “norme comunitarie”.
Le domande che è necessario porsi a questo punto sono: «quali sono le norme?», «chi è legittimato a farle?», «sono riconosciute e rispettate da tutti?», «quali sono le sanzioni?».
Ciò che in questo lavoro si vuole considerare non è il regolamento penitenziario, ma quelle regole che ci sono ma non si vedono, quelle regole che molto spesso neanche gli agenti conoscono ma sanno che esistono, quelle regole che un detenuto già “esperto” ha interiorizzato così bene che non riesce a distaccarsi mai con la mente e che un “pivello” è costretto a fare sue se non vuole incorrere in qualche sanzione. Chi è legittimato a farle rispettare? Tutti indistintamente, purchè non siano dei “devianti”. Questo è il motivo per cui sono molto oppressive, rispetto a quelle civili informali. Tutti osservano tutto e tutti, niente passa inosservato, dalla infrazione più piccola alla più grande. Il detenuto è al centro di una pressione molto alta derivante dal fatto che è costretto a vivere in ambienti molto piccoli e non riesce a isolarsi; gli occhi sono tutti su di lui, continuamente nell’arco di tutta la giornata. Addirittura anche il linguaggio è controllato, caratterizzato in modo tale che tutti si sentono costretti ad esprimersi, in determinate situazioni, allo stesso modo.
Le sanzioni vanno dal semplice richiamo, passando dalla stigmatizzazione alla pena corporale e l’allontanamento dalla sezione o padiglione di riferimento.
Nessuno è in grado di dire con certezza chi è stato il primo detenuto che ha imposto una norma che sia stata valida per tutti. Si può però immaginare che tutte le regole che più avanti verranno discusse derivano dalla pratica carceraria, rese necessarie dalle ristrettezze dei luoghi e dalla moltitudine delle persone che vi convivono in essi.

Le norme nascono dalla necessità di regolare un ambiente in cui prevale la legge del più forte, per mantenere “ordine e disciplina”.

L’imposizione di una persona o di un gruppo è stata necessaria nel tempo al fine di evitare che la comunità possa trovarsi in una situazione di anarchia, con conseguente sottomissione dei più deboli. Credo che lo spirito originario delle norme fosse proprio questo: evitare la legge del più forte, rispettando in tutto e per tutto l’individuo in quanto tale. Vedremo, poi, che questo spirito è sempre più venuto meno, e il concetto di “rispetto” è stato alquanto alterato nel suo vero significato.

Molte regole sono espressione della subcultura criminale, ma ci sono anche altre che provengono dalla cultura civile, come quelle di buona educazione; ma anche queste, vedremo, sono molto enfatizzate e rigorosamente rispettate e fatte rispettare.
Rispettare le regole implica la presenza di qualcuno che detenga il potere. Dato che la fonte regolamentare informale è l’ambiente mafioso, il potere è nelle mani di quei personaggi che si identificano in esso (anche se la tendenza sta cambiando, come si vedrà più avanti); è un potere assolutistico o, se vogliamo, “elitistico” e gerarchico piramidale,  composto da una sola persona o da un gruppo. Le regole sono date, sempre le stesse, non ci sono di nuove. Anche se, in teoria, il vertice ha il potere di imporre di nuove, è difficile che lo faccia, si limita a far rispettare quelle esistenti, magari interpretandole in modo diverso, a seconda della situazione o della convenienza.
 I detentori del potere non sono lontani dalla comunità, anzi sono perennemente presenti, vedono tutto e oltremodo sospettosi, passeggiano in cortile insieme agli altri, solitamente loro sottoposti. Un “nuovo giunto” non può non sapere chi sono; sono lì a dimostrare la loro autorità con atteggiamenti che non lasciano dubbi, sembra che anche il loro passo sia diverso; addirittura nei primi anni Novanta si riconoscevano dalle mani piene di grossi anelli d’oro, oggetti che altri non potevano avere (oggetti di valore sono tassativamente vietati dal Regolamento Penitenziario).
Solitamente i vertici del potere cambiano con il cambio generazionale, ma dopo le stragi dell’estate del 1992 dove persero la vita i Giudici Falcone e Borsellino, il d. l. 306 del 1992, convertito nella l. 356 del 1992, ha inserito il comma 2 nell’art. 41 bis il quale dispone che nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti previsti dall’art. 4 bis comma 1 (i c. d. delitti di stampo mafioso e altri delitti di particolare gravità), il ministro della giustizia, dove ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, ha facoltà di sospendere, anche su richiesta del ministero dell’interno, l’applicazione delle regole del trattamento che possono porsi in contrasto con le esigenze di ordine e sicurezza. Il nuovo istituto[ …] sembra trovare la sua ragione esclusivamente nell’esigenza di impedire che i detenuti per delitti di stampo mafioso possano avere collegamenti con il mondo esterno o relazioni interne tali da consentire la programmazione e l’attuazione di ulteriori attività criminose[4].
Tale legge ha funzionato come una sorta di spartiacque. Il potere ha subito dei radicali cambiamenti: i grandi boss mafiosi non sono più insieme ai detenuti comuni e questo ha consentito una tendenza alla desuetudine di alcune regole, anche se molto lenta; e poi il potere non è più in mano ad un gruppo verticistico, ma è diffuso. Da una parte questa situazione ha allentato un po’ le maglie del potere inglobante che c’era in passato, dall’altra tende a causare (in alcuni casi ha già causato) una sorta di anarchia in cui tutti possono pretendere di comandare. Basta che ci siano due pareri discordi riguardo al potere che subito nascono dei contrasti potenzialmente pericolosi per tutta la comunità carceraria.
L’assenza di un potere fortemente centralizzato ha portato alla consapevolezza che ognuno è uguale all’altro e che nessuno ha il diritto di imporre qualcosa ad un suo simile. Tutti sono nella stessa barca e tutti possono tutto, nel limite del rispetto personale. È necessario sottolineare che tali potenziali conflitti per il potere sono avvenuti, avvengono o possono avvenire  all’interno di una cerchia ristretta di detenuti, cioè coloro che si sentono “legittimati” o dall’appartenere ad ambienti malavitosi (ciò avviene spesso nelle carceri del sud dove è più radicata una matrice di tale stampo), oppure dal fatto di essere in un certo senso gli “anziani”, per via della lunga carcerazione fatta o da fare ancora. La situazione tende a cambiare velocemente, nel senso che nella “discussione conflittuale” per il potere si è aggiunto un nuovo soggetto che in passato era molto più isolato, non aveva visibilità e non era nelle condizioni di competere: la maggioranza della popolazione, impotente fino ad oggi per via dello strapotere “assolutistico” esercitato in modo egoistico, grazie anche ad una legislazione che ha permesso l’allontanamento di figure fondamentali nel panorama della lotta al potere. Questa  non è intesa qui come uno scontro fisico o come scontro dialettico. È una lotta latente che si sviluppa attraverso un processo naturale, in cui si diffondono nuove idee del vivere comunitario volte più a cercare la tranquillità individuale che il potere sugli altri. Naturalmente ha contribuito a questo il cambio generazionale, una diversa cultura dei “pivelli”, più esuberanti e meno attaccati ai vecchi valori malavitosi tradizionali, ma anche la “saggezza” di detenuti “anziani”, i quali, individualisticamente, tendono a percepire questo cambiamento in modo positivo.                         
Ricordo che al mio primo giorno di carcerazione, tredici anni fa, si avvicinò un anziano detenuto, un vecchio saggio, e mi disse:«Ricordati! Fai quello che dicono e non fare quello che fanno». Lui ne aveva viste di tutti i colori e cercava di avvertire tutti i “pivelli” che passavano dalla sua cella che non sarebbe stata una passeggiata. Questa frase riassume nella sua crudezza il peso che aveva sulle persone quel vecchio potere. Un potere ancora più inglobante di quello che si può immaginare che sia quello della burocrazia carceraria.
Oggi questo potere si è un po’ attenuato ed è nata una sorta di «uguaglianza delle condizioni»[5] che genera sentimenti di invidia tra i detenuti e ciò provoca molto spesso contrasti molto forti tra gli individui. Ognuno pensa al proprio orticello in vista dei benefici possibili e cerca di trovare la strada più corta per arrivarci, anche se ciò può essere a danno di altri. Molte volte succede razionalmente, altre inconsapevolmente. Manca quella “forzata” solidarietà di massa che esisteva nel vecchio “regime”.
C’è un altro elemento da considerare che riguarda i gruppi che detengono il potere “informale ma legittimo” in carcere: l’assenza dellapax mafiosa all’esterno che ha generato caos e disordine anche all’interno. Prima della legge sopra citata regnava una specie di accordo tra i vari gruppi mafiosi che operavano all’esterno del carcere, nella società civile. Naturalmente questo si rifletteva all’interno del carcere e tutti erano d’accordo su chi doveva dominare, anche se ad altri gruppi diversi era riservato un certo potere. Dopo il 1992 le lotte sanguinose tra gruppi malavitosi hanno permesso una totale anarchia e chi ne ha pagato le conseguenze sono stati sempre i detenuti non affiliati (i cosiddetti “boni vaglioni”) sottoposti ad una continua e indiscriminata repressione. Avere il potere in carcere vuol dire disporre degli individui a proprio piacimento, interpretare le regole a seconda della convenienza, essere servito come facevano i padroni con i loro servitori. I boni vaglioni erano messi nelle condizioni di decidere se affiliarsi o essere emarginati. Tutti i contrasti tra gruppi mafiosi all’interno si risolvevano in risse furibonde, e anche accoltellamenti, con la conseguenza che le varie Amministrazioni erano costrette a ridimensionare i diritti e la libertà di movimento di tutta la comunità: meno ore di passeggio, chiusura della biblioteca, ridimensionamento del vestiario proveniente dai colloqui con i familiari, ed altro; senza contare che questa situazione influiva moltissimo sull’accesso alle misure alternative, alle quali cercavano di fare ricorso per lo più i boni vaglioni.
Oggi la situazione è molto cambiata, ma al sud ancora esistono lotte all’interno dei gruppi per il potere, anche se esiste più autonomia da parte di quei detenuti che non si riconoscono in alcun gruppo, o almeno dicono di non riconoscersi: in passato si sbandierava ai quattro venti la propria appartenenza, oggi si cerca di nasconderla. Le regole sono rimaste le stesse, un po’ meno enfatizzate rispetto al passato, ma hanno una valenza simbolica molto importante.
Il disegno di legge del 1992 ha anche influenzato l’atteggiamento degli amministratori delle carceri. In passato non erano rari i casi in cui c’era una sorta di accordo tacito tra detenuti e Amministrazione. I detenuti più rappresentativi, più carismatici, facilmente identificabili tra i boss o tra gli esperti, si sentivano addosso la responsabilità di tenere l’ordine e la disciplina nell’ambito della comunità, in cambio di una presenza meno vistosa degli agenti. Ho assistito spesso a situazioni in cui l’agente o un suo superiore si sia recato ad un detenuto particolare chiedendogli di agire su altri, colpevoli di destabilizzare l’ordine comunitario. Negli anni 1992-93, nel carcere di Bari, per esempio, la sensazione che il potere mafioso era molto più forte di quello istituzionale era molto evidente, ma non perché quello istituzionale non esistesse o fosse subordinato a quello mafioso; semplicemente perché, per osteggiare comportamenti scorretti, interveniva prima il potere dei detenuti. Se, per esempio, un carcerato poneva in essere un comportamento scorretto nei riguardi delle “guardie”, le stesse si rivolgevano ad altri detenuti affinché questi risolvessero la situazione in modo pacifico (si fa per dire), evitando l’intervento sanzionatorio istituzionale.
Gradualmente, dopo il 1992, la situazione è andata modificandosi. L’assenza di punti forti di riferimento per i detenuti ha condotto i reclusi ad avere un atteggiamento diverso sia verso le norme sia nel rapporto interindividuale. Non solo.

Anche l’Amministrazione penitenziaria ha avuto un approccio diverso nel contenere i disordini all’interno. Anche se già esistevano prima, ha cominciato ad usare a proprio vantaggio, o a vantaggio dell’ordine, strumenti quali le sanzioni e i benefici istituzionali (rapporti disciplinari o encomi) che hanno contribuito a dividere ancora di più i detenuti nelle loro scelte e a creare un atteggiamento individualistico, egoistico, che ha scosso la “vecchia” solidarietà tra carcerati.





      2.5 Le regole della buona educazione nella monotonia quotidiana

Si è detto all’inizio del capitolo che i reclusi fanno parte di un micro-sistema sociale capace di sviluppare, considerando che esiste un Regolamento Penitenziario, una propria serie di regole non scritte, condivise da tutti e rivolte a tutti. Molte provengono dalla società civile e sono quelle di buona educazione, con la differenza che ne viene enfatizzata la forma. Dire “buongiorno”, per esempio, quando si entra in un locale o quando si esce, è segno di buona educazione, è una regolaimplicita, ed è difficile che qualcuno rinfacci il fatto di non averlo detto, anche se una reazione sociale esiste comunque.

In carcere il non salutare è ritenuto un atto grave di maleducazione, per cui se non lo fai ti senti dire «Con chi sei stato in carcere? Nessuno ti ha insegnato che il saluto si toglie solo agli infami?».

Succede molto spesso ai “pivelli”. Si noti quel “con chi sei stato in carcere” che evidenzia l’educazione non impartita da parte di quelle persone “esperte” che avrebbero dovuto insegnarla. Come se il mondo fuori non esistesse, come se l’educazione fosse monopolio del carcerato. La persona che riceve questo tipo di richiamo si sente offesa nel proprio intimo, consapevole però che non può fare niente per ribattere perché capisce subito che deve adattarsi ed imparare il significato simbolico del linguaggio; lo comprende dalla seconda parte del richiamo (“il saluto si toglie solo agli infami”). L’infamità, ossia la disposizione individuale a denunciare un proprio compagno alle autorità, è il grado più alto di “devianza tra devianti”; questa parola e i suoi derivati ricorrono molto spesso nel linguaggio carcerario e, a volte, anche non nel loro significato originario.
Capita spesso a chi è soprappensiero di non salutare; non è cattiva educazione, e nella società civile  è tollerato. Anche ai vecchi carcerati capita ma, a differenza di altri, ci si rivolge loro diversamente, soprattutto se si è sicuri della loro buona fede: «Buongiorno!!!», rafforzando di molto il tono della voce. È un modo soft per dire le stesse cose. Solitamente la risposta è quella di chiedere scusa.
Le “buone maniere” non riguardano soltanto il saluto. Per esempio, il sedersi a tavola ha una simbologia particolare che non ha niente a che fare con il bon ton, ma piuttosto con il potere del capocella di turno (Solitamente è una persona “di rispetto”, ma può essere anche un anziano o un “esperto” di galera).
La disposizione dei posti a tavola è gerarchica: c’è il capo-tavola e al suo fianco le sue persone di fiducia, i suoi “ragazzi”; gli altri vengono disposti secondo un ordine dettato dal capo-tavola e tassativamente rispettati per sempre; naturalmente le persone in fondo al tavolo sono le meno considerate. Addirittura, una tipologia di punizione può essere quella di far scalare un componente verso il basso, che è la parte opposta al posto principale. Di fronte, dal lato opposto della tavola non ci deve essere nessuno, in quanto, essendo disposta la tavola verticalmente al cancello d’ingresso (il “blindo” deve essere tassativamente accostato o chiuso), nessuno deve poter rivolgere le spalle a chi potrebbe presentarsi fuori dalla cella per qualsiasi motivo, agenti compresi. E il capocella deve poter avere sempre la visuale libera.
Preparare la tavola, sedersi e, alla fine del pranzo, alzarsi è tutto un rito, con gesti, movimenti e linguaggio che sottolineano, quasi che ce ne fosse bisogno, la supremazia di “uno” su tutti. È frustrante ed evidenzia ancora di più l’impossibilità per l’individuo di sottrarsi al processo di prigionizzazione di cui si è parlato sopra.
Le regole della cella e in particolare quelle della tavola, sono le prime che un “nuovo giunto” impara, semplicemente stando a contatto con gli altri. Nei primi due o tre giorni al nuovo non gli è permesso di preparare la tavola. È considerato ancora un ospite e può approfittare per scrutare i movimenti di coloro che la preparano: la disposizione anche delle posate, delle bottiglie o quant’altro. Se il “nuovo giunto” è un pivello, cioè uno che entra per la prima volta in un carcere, c’è sempre qualcuno (di solito uno degli ultimi arrivati) che è disposto a spiegargli praticamente il da farsi. In una cella composta da parecchie persone, solitamente la tavola viene preparata da almeno un paio di persone, a turno; le posate alla destra del piatto, su un tovagliolo, i bicchieri davanti al piatto, le bottiglie a centro tavola. Se c’è della bevanda diversa dall’acqua, non sufficiente per tutti, naturalmente viene posta di fronte al piatto del capo-tavola. Non si deve dimenticare il pane, che simboleggia l’abbondanza, in quanto «non si può chiamare tavola se non c’è il pane». Anche la posizione del pane è molto importante: tassativamente nella sua posizione “naturale”, cioè la parte rigonfia rivolta verso l’alto. Al contrario, è segno di sfortuna (personalmente, pensavo fosse una novità; cercando materiale per questo lavoro ho imparato che anche nel mondo esterno la posizione “innaturale” del pane è oggetto di scaramanzia). Quando è tutto pronto ci si può sedere a tavola ma non prima che il cuciniere abbia riempito i piatti. Anche lui deve sedersi insieme agli altri dando vita ad un principio ― valevole anche in altri ambiti, anche se spesso è disatteso proprio da chi dovrebbe farlo rispettare, per esempio facendosi fare il letto tutte le mattine ― secondo cui “non è il servo di alcuno”. Nessuno si può sedere a tavola se prima non si è seduto il principale convitato e nessuno può cominciare a mangiare prima che lo stesso abbia detto «buon appetito» e gli altri, quasi in coro, si siano limitati a dire «lo stesso». Nessuno può usare la stessa espressione del capo-tavola (anche questo divieto oggi va scomparendo). Anche questo semplice passaggio enfatizza la forma, quasi per ricordare chi è che comanda.
Servire un secondo piatto è la continuazione dello stesso rito: prima il “capo” poi tutti gli altri, ma non facendo il giro del tavolo, perché così facendo chi è alla destra o alla sinistra del capo, suoi uomini di fiducia o a lui più vicini per simpatia o per convenienza, sarebbero serviti per ultimi. Allora si alza un altro detenuto per dare una mano al cuciniere, di modo che si possano servire ambo i lati contemporaneamente rispettando le gerarchie. Se per qualsiasi motivo, uno qualunque dovesse alzarsi dalla tavola deve usare l’espressione «con permesso» oppure «scusate la tavola»; questo vale anche per il capocella. Il caffè è quasi d’obbligo alla fine del pranzo e lo prepara la persona scelta dal “capo” (ma può anche essere predeterminata, nel senso che il caffè è preparato da uno di coloro i quali sono preposti alle pulizie della cella, ma anche in questo caso il “capo” può esprimere il “desiderio” di farlo fare ad un altro diverso) e ci si alza da tavola soltanto quando lo stesso augura «buona digestione a tutti»; gli altri rispondono «grazie, lo stesso».
È opportuno ricordare che tutti mangiano le stesse identiche cose, nel senso che le schizzinoserie non sono ammesse: per esempio, chi non mangia la cipolla o qualcosa di particolare è costretto a farlo, altrimenti deve mangiare dalla “casansa”, cioè mangiare ciò che passa l’Amministrazione (spesso si usa l’espressione “buttarsi sul carrello” del vitto),  sempre in quanto il cuciniere non è il servo di nessuno.
Solitamente nei giorni di colloquio si mangia esclusivamente il pranzo preparato dai familiari. È un giorno speciale, in tutti i sensi: è la “domenica del carcerato”. Si mangia tutto a tavola, anzi è severamente punito chi si permette di toccare anche una sola fetta di salame prima della tavola. Neanche il proprietario lo fa, secondo l’usanza che tutto ciò che arriva in cella è di tutti. Mentre si mangia fare i complimenti al familiare che ha cucinato diventa quasi un obbligo “morale”, con grande soddisfazione del detenuto coinvolto. Questo rito coinvolge così tanto che perfino i detenuti nullatenenti tendono quasi a costringere le loro famiglie a cucinare qualcosa di diverso o di speciale per fare bella figura con i compagni di cella o sentirsi fare i complimenti, anche se non hanno i soldi per farlo. Non solo, ma il fatto di avere una famiglia unita alle spalle è motivo di orgoglio personale. Un detenuto che è stato abbandonato dalla propria famiglia è oggetto di compassione; di solito è il tossicodipendente cronico abbandonato a sé stesso.
Stando a tavola, può succedere che qualcuno bussi al blindo e si affacci. Solitamente dice «scusate la tavola, posso?», naturalmente rivolgendosi al capo-tavola che è di fronte. Esso può rispondere «stiamo mangiando» (anche se è evidente), ed allora richiede scusa e va via per poi ripassare dopo. In caso contrario fa le sue richieste e prima di andare via dice «scusate ancora e buon proseguimento».
 Come si può capire da quanto sopra esposto la forma è molto importante e sempre la stessa, tanto che tutti i detenuti della comunità arrivano ad usare lo stesso linguaggio, esattamente come è stato descritto sopra. Questo tipo di linguaggio entra nella mente quasi senza accorgersene, sono sempre le stesse parole dette e ridette fino a che, tuo malgrado non ti entrano nel cervello e diventano abituali per tutti. Il modo di parlare diventa norma. Esso violenta la mente facendo scaturire un conformismo di massa che non lascia spazio ad alcuna differenziazione di linguaggio tra gli individui. La sostanza non conta, ma solo la forma. La buona educazione è svuotata del suo vero significato ed il suo concetto rivendica esclusivamente disciplina e ordine, che spesso significa sottomissione al “qualcuno di turno”.
La cella è come una tradizionale famiglia patriarcale in cui il capo-famiglia, o meglio il padre-padrone dispone tutto per tutti, è responsabile perfino delle loro azioni. Infatti, se uno di loro dovesse comportarsi male al di fuori della cella viene richiamato dal suo capocella in quanto è a lui che si rivolgono; è come se fossero tutti minorenni, e quindi irresponsabili delle loro azioni. In questo modo la dignità dell’uomo viene soppressa e cresce dentro di sé una certa frustrazione che prolungata nel tempo sfocia in mancanza di rispetto del sé. È una “regolamentazione” priva di scopo. È in questione l’immagine di sé, «come individuo capace di autodeterminazione»[6].
Allo stesso modo, se qualcuno deve far valere i suoi diritti verso altri al di fuori deve rivolgersi alla stessa persona, in modo che questi possa far valere la sua autorità e la sua onorabilità verso un altro capocella a cui è stata affidata la cella ospitante la persona verso cui è diretta la lamentela. Tutto ciò che succede in cella non deve uscire fuori di essa perché «i panni sporchi si lavano in famiglia» (altro principio di fondo). Se qualcuno ha lamentele da fare può farle al capocella.
 Naturalmente la disposizione dei posti letto riflette esattamente quella dei posti a tavola: il primo a destra è occupato dal capocella che, a differenza degli altri, non è a castello. Il televisore si spegne ad un orario ben preciso ed è sempre la stessa persona a decidere (non con la forza, ma le sue preferenze hanno più valore persuasivo) i programmi da vedere (di solito sono programmi di spettacolo dove si possono ammirare i corpi seminudi delle varie ballerine che vi partecipano, oppure vecchi films visti e rivisti un mucchio di volte, magari di mafia). La sera è l’unico momento in cui il detenuto può starsene tranquillo in branda a pensare a se stesso…forse!
Cosa succede se uno non si conforma a quanto sopra esposto? Direi, soprattutto, che è un po’ difficile che questo possa capitare, in quanto la paura di essere emarginato ti porta a sottostare anche alle più assurde regole comunitarie. Una personalità troppo forte o troppo fragile hanno in comune solo il fatto che prima o poi saranno classificati come dei devianti all’interno di in ambiente conformista: nel primo caso tenterà sempre di imporre la propria volontà su quella degli altri, ma alla fine prevarrà l’unione e la forza di tutti sul singolo. Sarà costretto a cambiare cella o addirittura padiglione perché sarà un po’ evitato da tutti e stigmatizzato per il suo comportamento non conformista. Il suo destino sarà, se non cambierà atteggiamento, un camerone o un padiglione ospitante persone che hanno diviso lo stesso stigma o, ancora più umiliante per lui, sarà trasferito in una sezione dove convivono tutte quelle persone isolate per “garanzia della loro incolumità” (infami, pedofili, stupratori, omosessuali, transessuali, ecc.); nel secondo caso è costretto ad andare via spontaneamente in quanto la propria fragilità non gli permette di imporsi ed è sottoposto ad ogni tipo di angherie e scherzi da caserma militare. Dovrà, nel migliore dei casi, cambiare cella, nel caso in cui ci sia qualcuno più compassionevole e disposto a rispettare la sua dignità di uomo. In caso contrario potrà fare la stessa fine del primo.
Le soluzioni che ha il “bonu vaglione” è o «fare ciò che dicono e non ciò che fanno» (un altro dei principi fondamentali), cioè sottomettersi agli altri, oppure cercare di simpatizzare con chi ha il potere di proteggerlo. Questa ultima soluzione può rivelarsi molto pericolosa perché può scatenare un sentimento di invidia negli altri, con le conseguenze che ne possono derivare, come si vedrà più avanti, quando si parlerà di sanzioni.
Occorre non dimenticare un’altra piccola regola di fondamentale importanza per il vivere in comunità, cioè quella della pulizia personale e dell’ambiente in cui si vive; l’ambiente rispecchia la personalità dell’individuo per cui una persona ordinata e pulita è percepita come detentrice di uno più alto grado di civiltà. Tra l’altro, anche il Trattamento penitenziario ( D.P.R. 29 aprile 1976, n. 431) secondo l’art. 72 punisce con sanzioni i detenuti e gli internati «che si siano resi responsabili di negligenza nella pulizia e nell’ordine della persona o della camera».
Curare la propria igiene e quella ambientale è molto importante in carcere, per due buoni motivi: il primo ha carattere esclusivamente utilitaristico, cioè una buona igiene individuale allontana le malattie o i parassiti che si possono diffondere da persona a persona, visti gli ambienti molto ristretti, come per esempio la diffusione delle piattole o dei pidocchi, cosa già successa in molti casi; il secondo ha invece carattere sociale. La persona “sporca” è soggetta a stigmatizzazione, così come succede all’esterno, solo che in questo caso può essere scansata, magari facendo il giro dell’isolato, mentre in carcere si è costretti a convivere e nessuno è disposto a farlo. D’altra parte l’igiene aiuta l’immagine esteriore dell’individuo e facilita i rapporti interpersonali. Generalmente la pulizia personale e quella della cella riflette la personalità dell’individuo, ma anche il suo grado di prigionizzazione. Infatti dall’osservazione di tutti i detenuti si evince che i più “vecchi di galera” sono coloro i quali dedicano più tempo sia alle pulizie personali che a quelle della cella. Forse dipende dal fatto che inizialmente si vede la cella come qualcosa di estraneo, in cui passarci un periodo di tempo e basta, mentre con gli anni, si ha la consapevolezza che è “la tua casa” e come tale va trattata. Si arriva addirittura ad essere gelosi del proprio posto-branda o della propria cella se si è da soli. Una persona evidentemente sporca è sempre considerata una persona “diversa”, anche e soprattutto nella comunità carceraria.


      2.6 Le regole dell’ora d’aria e altri spazi in comune

Il cortile è uno dei spazi in comune in cui si svolge la vita carceraria. Il periodo di tempo in cui tutti i detenuti possono uscire dalla struttura muraria è comunemente conosciuto come ora d’aria, in realtà sono, solitamente, due ore la mattina e due ore il pomeriggio. Altri spazi in comune possono essere la saletta, una stanza a cui si accede per circa un’ora al giorno, di solito tra le 17 e le 19, dove si può giocare a calciobalilla, dama o scacchi, carte. È  l’ora di socialità. Se la struttura carceraria non permette un luogo in comune, spesso si usa il corridoio dei piani per l’ora di socialità (come nel carcere di Bari). In questo caso è solo una semplice uscita in massa dalle celle, in quanto non è possibile avere alcun tipo di svago, se non chiacchierare con compagni chiusi in celle diverse. In qualche carcere è possibile accedere a palestre per l’attività fisica, anche se non tutti i detenuti possono parteciparvi per via di regole istituzionali che limitano l’accesso ad un numero specifico di persone. Altri spazi in comune sono le aule adibite alle lezioni scolastiche. Tutti i carceri hanno i corsi per scuola elementare e media, molti per scuola superiore, altri per corsi universitari. Un altro spazio è il locale delle docce, a cui si accede pochi per volta.
Lo spazio più sottoposto alle regole comunitarie è quello previsto per l’ora d’aria. Spesso nello stesso cortile scendono detenuti di più padiglioni, che non hanno contatti personali durante le altre ore della giornata, se non a scuola, dove questa esiste, o in Chiesa. L’aria, come è comunemente chiamato lo spazio in cui si svolge l’ora d’aria, è un luogo particolarmente importante, non solo perché è il momento in cui si respira aria “libera”, in cui si fa ginnastica, si gioca a calcetto, si ha la possibilità di stare in solitudine, lontano dal gruppo della propria cella, si conoscono detenuti di altre sezioni, ma è anche il luogo dove si percepisce, paradossalmente, l’aspetto totalizzante e inglobante della vita carceraria.
Se si osservano gli atteggiamenti e i movimenti di tutti i detenuti presenti si scorge una certa somiglianza in tutti. Tutti fanno le stesse cose: passeggiano, parlano, gesticolano, guardano allo stesso modo, secondo uno schema comportamentale fisso. Esiste una conformità pazzesca e solo un occhio “esperto” coglie la differenza di atteggiamenti tra l’uno è l’altro detenuto. Alla base di tale conformismo ci sono delle consuetudini, diventate poi delle regole comunitarie ben precise, che provengono da molto lontano nel tempo e che sono diventate delle vere e proprie “norme di rispetto”.
Tutti vanno su e giù per l’aria con passo svelto, come se avessero tutti fretta. Probabilmente è un atteggiamento psicologico, una sorta di sfogo spontaneo contro le lunghe ore passate in cella. Si arriva alla parete del muro di cinta e si torna indietro fino all’altra parete. È difficile vedere che qualche gruppo compia dei giri intorno all’aria, soprattutto se essa è piccola, in quanto limiterebbe lo spazio disponibile per tutti. A prima vista sembrerebbe quasi tutto normale, ma osservando bene si vedono gesti oculati, attenti, che col tempo diventano automatismi. È necessario un esempio: immaginiamo che due compagni passeggino insieme. Quando si arriva alla parete e si deve tornare indietro, non si deve mai dare le spalle all’amico, ossia il movimento che si deve fare è sempre verso l’interno, quasi a guardarsi in faccia. Nel caso le persone che passeggiano siano tre, quelli esterni voltano sempre verso l’interno, non dando le spalle a colui che si trova al centro, mentre chi è al centro “deve” non dare le spalle una volta all’uno, una volta all’altro, ossia deve “distribuire equamente il suo gesto di rispetto” ai due compagni. Ecco che si ripresenta ancora una volta la predominanza della formalità rispetto alla sostanza, formalità ipocritamente enfatizzata.
Altro esempio di questo tipo, rimanendo nello stesso campo, è il non intralciare mai il passo di chi cammina o intersecarsi con esso; infatti, i gruppi camminano tutti nella stessa direzione e mai in modo che la loro traiettoria formi teoricamente una croce (fonte di sfortuna); tutti verso la stessa direzione, orizzontale o verticale. Se una persona dovesse attraversare, per qualsiasi motivo, da un angolo all’altro dell’aria verticalmente alla direzione di passeggio, “deve” fermarsi e “dare la precedenza” a chi passeggia e attraversare sempre alle loro spalle. Quando gli spazi sono ristretti ed è inevitabile attraversare davanti ai gruppi perché sono uno dietro l’altro, allora è necessario intuire quale dei gruppi è più importante nella gerarchia di potere ed evitarlo; comunque si chiede scusa al gruppo di cui si intralcia il passo e si attraversa. È riposta molta attenzione anche al modo di camminare stando dietro ad un altro gruppo, soprattutto quando l’aria è piccola. Si cammina a distanza di sicurezza, nel senso che, fermo restando che i discorsi di un gruppo non devono essere ascoltati da un altro gruppo, bisogna stare attenti a quando il gruppo che si ha davanti ha intenzione di tornare indietro, di modo che si possa girare prima di esso. Questo modo di camminare tende ad evitare che due persone, quelle ai lati del gruppo, si tocchino e si disturbino nel loro passeggiare. Visti gli spazi ristretti, tali regole possono sembrare inevitabili e giuste, anzi lo sarebbero, se non fosse che sono caricate di un significato, oserei dire, mafioso. Infatti la loro “giustezza” deriva esclusivamente dal fatto che sono una forma di rispetto verso i propri compagni. In realtà esso è riservato a persone altamente integrate nell’ambiente e non ai “pivelli”, i quali sono tenuti a rispettare le regole più degli altri. Anzi sono proprio rivolti verso questi ultimi i numerosi “richiami al rispetto”, magari ad alta voce in modo che gli altri ascoltano e si comportano di conseguenza.
Una piccola attenzione è necessario dedicarla al locale delle docce. Innanzitutto, non credo esistano abusi sessuali nelle carceri italiane, anzi è tassativamente vietato fare la doccia nudi, come è naturale in qualsiasi spogliatoio maschile ( per esempio gli spogliatoi degli stadi). Questa è una regola essenziale e particolare. Il non rispetto di essa determina a volte una pena corporale assai punitiva. La giustificazione di essa sta nel forte attaccamento al “senso del pudore”, per cui è vietato mostrare qualsiasi organo che faccia riferimento al sesso. Le mutande si tolgono dopo aver indossato l’accappatoio o un grande asciugamano, magari dando le spalle agli altri. Questa abitudine viene da molto lontano negli anni e credo che l’importanza del pudore è data dal fatto che molte regole vengono da una società patriarcale dove il senso del pudore ne è una caratteristica. Comunque anche questo atteggiamento sta cambiando con gli anni, con le nuove generazioni, mentre la presenza degli stranieri non è stato un elemento di cambiamento in quanto hanno subito assimilato e fatto proprio l’atteggiamento autoctono.
In caso di fila l’entrata in doccia era gerarchica fino a qualche anno fa (almeno al sud), prima i boss e via via a scalare. Non era una regola la cui infrazione generava una sanzione punitiva, ma questo atteggiamento era rispettato da tutti per convenzione e per “rispetto” di chi deteneva il potere. Spesso si faceva la fila per ore e si finiva per fare la doccia con l’acqua fredda.
Il locale delle docce è anche il locale in cui è più facile che si eseguano molte delle pene corporali o le conserve, in quanto è quasi sempre situato in luoghi poco controllati dagli agenti di custodia.
Gli altri spazi in comune sopra menzionati non sono sottoposti a regole particolari. Valgono le regole di buona educazione, anche se è da tener presente che spesso tali regole valgono soltanto per poche persone.


2.7 I rapporti con lo staff carcerario

   Lo staff carcerario è composto da tutte le figure professionali che operano all’interno del carcere. Esse operano per aree: l’area educativa o trattamentale, l’area sanitaria, l’area della sicurezza e dell’ordine, l’area di segreteria e l’area amministrativo-contabile. Dal punto di vista del detenuto le figure più importanti sono gli educatori che costituiscono imediatori tra le risorse e le opportunità offerte dall’istituzione e la disponibilità dei reclusi a fruirne. Egli «dovrebbe rappresentare il volto umano dell’istituzione penitenziaria, dal momento che dovrebbe essere disposto a comprendere i problemi e le difficoltà che la situazione detentiva comporta»[7]; ma anche l’assistente sociale che «può essere considerato il ponte tra carcere e società, dal momento che si occupa prevalentemente dell’attività di trattamento che si svolge all’esterno dell’istituto, in particolare in riferimento alle misure alternative alla detenzione»[8].
   Le figure però che più interessano in questa sede sono quelle preposte all’area della sicurezza e dell’ordine, principalmente gli agenti di custodia in quanto sono quotidianamente a contatto diretto con i detenuti. Il loro compito principale consiste nel far rispettare il regolamento penitenziario, prevenire il nascere di conflitti tra detenuti, il controllo costante degli spazi in comune e delle celle attraverso le “perquisizioni ambientali”. Spesso il loro lavoro li porta ad avere contrasti, più o meno significativi, con i detenuti, tenendo presente che esiste una contrapposizione di fondo tra la figura del detenuto e quella dell’agente, «due mondi sociali e culturali diversi [che] procedono fianco a fianco, urtandosi l’un l’altro con qualche punto di contatto di carattere ufficiale, ma con ben poche possibilità di penetrazione reciproca»[9]. Così gli agenti diventano le guardie, in senso dispregiativo. Un detenuto è costretto a rivolgersi a loro per qualsiasi cosa: per accendere o spegnere la luce della cella (dal 2000 l’interruttore dovrebbe essere disposto in tutte le celle, ma non tutti i carceri si sono ancora adeguati a questa direttiva ministeriale), per la corrispondenza con l’esterno, per andare all’aria, ecc.; per fare richieste solitamente si fa ricorso alladomandina, cosa in sé molto frustrante perché spesso non si ha risposta.
È improprio parlare di norme ben individuate regolanti i rapporti tra detenuti e agenti, ad eccezione di alcune che si vedranno di seguito. Anche in questo caso è necessario far ricorso alla pratica carceraria. Le poche regole riguardano più che altro il comportamento che un carcerato deve tassativamente osservare in particolari situazioni che saranno analizzate specificatamente una per una.
Solitamente ci si rivolge agli agenti dando del lei, non solo per educazione ma anche per mantenere le distanze da un ruolo non molto “simpatico”. La forma della richiesta è quasi standardizzata: «Mi scusi, agente, posso…?...potrei…?...é possibile…?...é lecito…?... mi farebbe una gentilezza?» Rivolgersi in questo modo è percepito dalle guardie come una specie di sottomissione ed esalta il loro ruolo di “educatori”; da parte del detenuto è visto come uno strumento per ottenere più facilmente soddisfazioni alla propria richiesta. Certamente non si può generalizzare, tutto dipende dalla cultura personale di entrambi i soggetti. Una cosa è certa: il modo di rivolgersi è molto importante ed anche chi non è predisposto culturalmente alla gentilezza e al rispetto, alla fine li usa per i propri scopi pratici. Il carcere è un grande mondo di personalità diverse e bisogna fare i conti col fatto che sono concentrate in un ambiente molto ristretto. I conflitti di personalità sono all’ordine del giorno e la forma è molto importante per evitarli. Col passar del tempo, ogni detenuto conosce ogni agente, il suo carattere e il suo modo di agire. Così si evita di fare delle richieste quando l’agente di riferimento per le stesse è visto come ostile; addirittura si evita, se istigato (succede spesso) di reagire in modo sgarbato. Al contrario, si approfitta quando l’agente è una persona più sensibile, più predisposto ad ascoltare. La predisposizione dell’agente dipende anche dalla personalità del detenuto, dal suo comportamento durante tutto il periodo della detenzione. Le guardie conoscono tutti, hanno a disposizione i fascicoli di ognuno, facilmente consultabili. Anche loro assumono comportamenti diversi a seconda del detenuto e delle  circostanze, favorevoli o meno ad assumere un atteggiamento adeguato alla situazione. Anche i semplici gesti quotidiani hanno molta importanza nelle relazioni tra agenti e detenuti e sono determinanti a farsi un’idea dell’altro: il modo di aprire la posta e il modo di riceverla, i movimenti delle mani nel dialogo, il tono della voce nel chiamare l’altro, ecc.
I rapporti tra agenti e detenuti sono sempre sotto gli occhi di tutti, anche i dialoghi avvengono in presenza di altre persone, siano esse guardie o carcerati. È qui che influiscono quelli che si possono definire i “suggerimenti comportamentali”, che spesso il detenuto li percepisce come “norme comportamentali” imposte dal conformismo della comunità carceraria. Possono essere qualificate come norme proscrittive:
  • non parlare mai da soli e sottovoce con le guardie;
  • non ricorrere mai alle guardie in caso di conflitti con altri detenuti;
  • in caso di contese verbali tra guardie e detenuti, nessun detenuto terzo deve intromettersi per sostenere le tesi o le ragioni dell’agente, che siano esse giuste o sbagliate; è consentito, altresì, fare il contrario.
Il primo suggerimento evidenzia in modo esplicito il timore di delazione, di spiata, sottolineando la mancanza di senso di fedeltà al “sistema comunitario”. La delazione o, come comunemente è chiamata, l’infamità è una operazione che avviene spesso in un carcere, accrescendo il senso di insicurezza tra i carcerati. Il sospetto è uno spettro che si aggira nell’aria rendendola pesante; i movimenti di ognuno sono costantemente controllati da tutti, per cui è difficile sottrarsi alla vista. Parlare ad alta voce con l’agente di turno è il modo migliore per evitare stigmatizzazioni non supportate da fatti. È un marchio che, se bene attecchito, comporterà l’isolamento e l’emarginazione da parte di tutti; spesso le conseguenze sono spiacevoli tanto che si è costretti a cambiare sezione, anche se la posizione nella comunità non cambia poi tanto.
Anche quando si va in udienza dal Direttore o dall’Ispettore (naturalmente tramite domandina) per più di una volta in un breve periodo, magari legittimamente per risolvere un problema personale, se non si è una persona di sicura affidabilità, c’è il rischio di essere etichettati come persona “strana”; questo comporta una certa emarginazione da discorsi che possono essere compromettenti. Solo dimostrando la propria buona fede si può evitare l’isolamento dagli altri. È auspicabile che prima di andare in udienza si dica il vero motivo a qualche detenuto più vicino, in modo che costui, che sarà contattato sicuramente dagli altri per chiedere spiegazioni in merito, possa sostenere l’inesistenza della mala fede.
Il secondo suggerimento riguarda i casi di contrasti tra detenuti, che possono essere di vario tipo. Un dissidio che spesso esiste può essere quello riguardante il volume del televisore, soprattutto nelle tarde ore serali in cui tutti sono chiusi nelle proprie celle e non si ha la possibilità di dirlo direttamente all’interessato: non si può chiamare la guardia per far abbassare il volume del televisore; è preferibile aspettare la mattina successiva e dirlo direttamente all’interessato. Questo tipo di atteggiamento, che è un caso particolare di un principio generale secondo cui non bisogna mai coinvolgere in alcun modo le istituzioni nei conflitti interpersonali o tra gruppi,  è da evitare in quanto non si può mettere un qualsiasi detenuto in cattiva luce con l’agente, solitamente predisposto ad un richiamo verbale per il disturbo arrecato agli altri. È più accettabile il richiamo da parte del detenuto che da una guardia. Il fatto di essere disposti a chiamare l’agente per una così stupida questione porta la maggior parte dei detenuti a fare questo ragionamento: «Se costui fa ricorso alle guardia per una stupidata, e dovesse succedere qualcosa di più grosso, cosa sarà disposto a fare?»
Uno dei casi in cui fare ricorso alla guardia è veramente considerato un’infamità è quello in cui si è oggetto di conserva, e in tutti quei casi in cui si arriva a regolare le questioni con le mani. La regola del vero carcerato vuole che in questi casi bisogna essere “cristiani” (veri uomini) e accettare le conseguenze. Anzi, se la conserva viene praticata per questioni personali e chi la subisce la accetta, allora questa persona sarà, paradossalmente, in seguito rispettata, forse ancora più di prima, come un vero Cristiano (nel gergo meridionale intramurario vuol dire “vero uomo”). Naturalmente il ricorso alle autorità è tassativamente sanzionato con l’esilio alla “sezione precauzionale”. Naturalmente farà la stessa fine chi, pur non essendo oggetto di cappotta ma spettatore inconsapevole, denuncerà il fatto alle guardie.
Il terzo suggerimento ha come oggetto la disputa verbale, e non solo, tra un agente e un detenuto. Succede molto spesso e, di solito, davanti a terzi. Sostenere la tesi dell’agente è percepito come un affronto verso il detenuto, che si sente offeso dall’atteggiamento sfavorevole di un suo simile. Il fatto di averlo fatto davanti all’agente è ancora più umiliante, perché lo fa sentire più piccolo, meno importante. D’altra parte laguardia acquista ancora più coraggio e potrebbe sanzionare con più facilità il detenuto. La soluzione è quella di allontanarsi e far finta di niente o, al massimo, quella di cercare di riportare la pace tra i due contendenti, anche se è opportuno non farlo (non si sa mai ciò che possono pensare gli altri). Se proprio si vuole evidenziare che il “compagno” è in torto, è meglio farlo in privato. Questo tipo di atteggiamento probabilmente esiste anche tra lo staff, ed ha la stessa valenza simbolica: dimostrare la superiorità della propria “classe” di appartenenza.

    2.8 “Biciclette” e “conserve”

 La “tragedia” o la “bicicletta” sono molto spesso il prodotto dell’invidia. I due termini sono simili. “Montare una bicicletta o una tragedia” consiste nel mettere due detenuti uno contro l’altro, magari convincendo uno dei due che l’altro sta tramando qualcosa contro di lui. Le conseguenze possono anche essere disastrose e non sono poche le volte che due persone si sono addirittura accoltellate per una inesistente causa. Non solo, ma se uno di loro è stato accusato di una cosa grave, come, per esempio, l’aver insultato in passato la moglie dell’altro o l’aver riferito qualcosa a qualcuno che non doveva, e nel caso in cui non riuscirà a dimostrare il contrario, sarà etichettato come “non buono”, come deviante, anche se innocente, con la conseguenza che le sue vecchie qualità migliori saranno ben presto dimenticate e sarà ricordato solo per la qualità peggiore. Oltre il danno la beffa: sarà costretto ad andare nella “sezione degli infami”.
“Montare una bicicletta” è anche molto pericoloso perché se qualcuno riesce a dimostrare l’avvenuta “montatura”, il biciclettaro, oltre che essere considerato alla stessa stregua degli infami, e quindi mandato via dalla sezione di appartenenza, sarà anche passibile di “conserva” o “cappotta”. Altri due termini simili che indicano una dura aggressione da parte di più detenuti insieme. Il termine cappotta deriva dal fatto che gli aggressori stanno sull’aggredito come la cappotte di una auto (negli anni ’80 si buttava anche una coperta sull’aggredito per non farsi riconoscere), mentre conserva deriva dal fatto che la perdita di sangue dell’aggredito sul pavimento è simile alla conserva di pomodoro.
Questo tipo di pena corporale è la sanzione più dura fisicamente, anche se non lo è moralmente, in cui un detenuto può incorrere (ormai gli omicidi o gli accoltellamenti sono rari in carcere, direi quasi inesistenti). Teoricamente la decisione di infliggere la “conserva” spetta al boss di turno, ma sono così delimitati i casi in cui si ricorre ad essa che tutti si sentono in diritto, in caso essi stessi vittime innocenti di “biciclette”, di organizzarla ai danni del “biciclettaro”. Naturalmente il boss non può non essere al corrente di ciò che si sta preparando ed il suo non intervento giustifica la legittimità dell’azione. Solitamente questa avviene nell’ora d’aria, dove il gruppo che deve agire (spesso i componenti provengano da sezioni diverse) si dà appuntamento, ma può avvenire anche nei locali delle docce, luoghi solitamente poco controllati dalle guardie. Il fatto che la punizione avvenga all’aria, cioè in un luogo molto controllato, fa supporre che l’azione commessa dal “condannato alla conserva” è così grave che il gruppo è disposto anche a subire un’azione penale da parte delle autorità. Infatti, se scoperti gli autori saranno denunciati come minimo per maltrattamenti corporali o lesioni personali, oltre che a un periodo di isolamento diurno e a un eventuale trasferimento di carcere. Comunque si mettono in campo delle strategie che consistono nel coprire il più possibile l’azione punitiva, le quali spesso coinvolgono molte altre persone che sono presenti all’aria, anche se sono estranee alla vicenda. L’obiettivo è quello, se non di nascondere il tutto, di far confondere l’agente di guardia nel riconoscere gli autori dell’azione. Infatti è accaduto spesso che molti innocenti hanno pagato per azioni commesse da altri. Altre volte gli autori non vengono riconosciuti ed a pagare è la vittima dell’aggressione, che in questo modo paga due volte. Infatti, se non fa i nomi degli aggressori sarà lui ad essere trasferito di carcere o di sezione. La logica porterebbe a denunciare il proprio aggressore ma in carcere la denuncia è paragonata all’infamia e la vittima vuole dimostrare anche in questi frangenti di essere un Cristiano. Questo suo atteggiamento ridimensionerà in futuro la sua “cattiva” azione che aveva giustificato la “conserva”. Non sarà difficile rivederlo passeggiare con le stesse persone, autrici dell’azione punitiva. Non bisogna dimenticare, ovviamente, che se la vittima è il classico infame, cioè colui che ha denunciato penalmente un altro detenuto, non potrà mai più avere rapporti con la comunità.
Quello descritto sopra è uno dei casi in cui si fa ricorso alla “cappotta”, ma ci sono altri che saranno ricordati nei prossimi paragrafi a mano a mano che si prenderanno in considerazione altre forme di “devianza tra i devianti”.


2.9 Errare o sbagliare?

Questi due termini meritano un piccolo paragrafo a parte. In tutti i dizionari di lingua italiana il termine “errare” e suoi derivati è sinonimo di sbagliare e suoi derivati. Infatti  sbagliare significa: 1) Compiere un’azione ottenendo un risultato impreciso, non esatto, errato; 2)confondere una persona o una cosa con un’altra simile; 3) commettere un errore; 4) lavorare in modo impreciso; 5) comportarsi in modo non giusto, non adatto; 6) essere in errore, giudicare erroneamente[10].
Nella cultura carceraria i due termini non definiscono la stessa cosa, anzi forse sono opposti. Il termine “sbagliare” si riferisce esclusivamente al comportamento di un individuo, ossia significa «comportarsi in modo non giusto». Se consideriamo che per un detenuto comportarsi in modo giusto è “essere omertoso”, è facile dedurre che «sbagliare = infamare». Il termine da usare correttamente nel linguaggio comune quindi è  (tassativamente) errare, secondo il principio per cui «solo gli infami e gli sbirri sbagliano»; per cui “errare” si usa in tutte le sue eccezioni riportate sopra, esclusa la n. 5, che è il significato di “sbagliare”.
Se si guarda la cosa da profani sembra una stupidaggine, ma scegliere un termine piuttosto che l’altro in carcere può portare a delle conseguenze piuttosto gravi. Se, per esempio, giocando a calcetto, un compagno commette un errore nel fare un passaggio, non gli si può dire «hai sbagliato», la considererebbe un’offesa molto grossa, ma piuttosto «hai errato» o «hai fatto un errore». Le conseguenze che ne derivano dipendono innanzitutto dalla personalità della persona “offesa”, dal posto che occupa nella comunità, dal suo ruolo, dal suo carattere; ma anche da chi “offende”, dal suo ruolo, dalla sua personalità. Un detenuto altamente carcerizzato «non sbaglia mai a parlare» e se dovesse succedere chiede subito scusa e tutto finisce lì. Ad un “pivello” succede troppo spesso, a volte si sorvola e gli si spiega che linguaggio usare. Se si persevera nell’usare il linguaggio “sbagliato” spesso si arriva a risolvere la questione con le mani.

fonte: http://con-fusioni.jimdo.com/

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