Lei è una mia cara amica, una di quelle con un caratterino niente male, con cui spesso mi scontro e, come dice lei, è scontro tra Titani.
La pensiamo diversamente su tutto, ma ci stimiamo e ci rispettiamo profondamente, dialoghiamo su tutto, e il dialogo è sempre costruttivo.
Da qualche tempo svolge attività di volontariato in un carcere femminile e ogni tanto, parlando, il discorso salta fuori e capisco che per lei è un’esperienza intensa, importante.A un certo punto la mia curiosità diventa più forte, e decido di chiederle di più. Questo è quanto ne è scaturito.
Intervista a Mimma, volontaria in un carcere femminile.D. Da quanto tempo svolgi questa attività?
R. Da 3 anniD. Come ti è venuta questa idea?
R. Da una curiosità ‘atavica’ nel capire cosa potesse esserci dentro quelle mura al centro della mia città. Volevo vedere oltre il muro spesso ‘trasparente’ al passaggioD. Ci sono state difficoltà burocratiche?
R. No, il gruppo degli educatori ha accolto con entusiasmo il progetto guidandolo fino alla sua autorizzazione. Ma non sempre questo capita, soprattutto in un carcere di alta sicurezza.D. Qual è stato il tuo primo impatto?
R. I cancelli, il rumore ‘ferro su ferro ‘ che si sente in continuazione. Ogni volta percorro un lungo corridoio che si trova al piano terra e ancora oggi – dopo 3 anni – mi sembra che il tragitto non si svolga su un unico livello ma ho la netta sensazione di ‘scendere’.D. Ci sono stati momenti in cui ti sei sentita inadeguata o sconfitta? Se sì, quali?
R. Inadeguata no, sconfitta qualche volta soprattutto quando, almeno all’inizio, l’organizzazione penitenziaria con le sue regole e i suoi tempi mi sembrava un muro insormontabile. Poi sono entrata in quella logica, anche nell’accettarla. Dentro e fuori hanno un significato non concettuale ma ‘palpabile’ in ogni momento. Per poter continuare l’importante per me è stato il fatto che ‘automaticamente ed inconsciamente’ la mia mente si ferma al primo cancello. Non appaiono più giudizi o riflessioni ma esiste l’osservazione pura. Tutto viene sospeso e ripreso all’uscita ….D. Ci sono stati episodi in cui hai percepito quanto il tuo contributo fosse utile? Hai toccato con mano qualche risultato, in particolare ritorni inaspettati?
R. Una detenuta ormai libera da 2 anni, mi ha cercato e rintracciato. Ci scriviamo e mi dice che l’attività svolta è stata di grande importanza nel suo periodo di reclusione.
Per quanto riguarda i ritorni, l’affettività che mi arriva da molte di loro è importante, ogni volta mi commuovo. Non credo di fare cose eccezionali, il cambiamento individuale è, appunto, individuale. Ad alcune persone serve solo uno spunto per tirare fuori ciò che hanno, alcune volte sono solo un mezzo, altre volte neanche quello.D. Qualcosa che ti ha commosso?
R. Una detenuta un giorno ha pianto dicendomi che erano anni che non piangeva più.D. Qualcosa che ti ha fatto infuriare?
R. La superficialità delle persone ‘libere’Alle domande: “Come è organizzato il gruppo? Come interagisce?” e “Mi sapresti raccontare qualche episodio di tensione tra voi, oppure tra le detenute, o tra voi e le detenute?” non risponde, e credo di poterne individuare il motivo dalla risposta precedente. Continuo comunque a porre domande:D. Al contrario, qualche episodio di solidarietà sempre tra voi, oppure tra le detenute, o tra voi e le detenute?
R. In questi 3 anni nella mia vita ci sono stati episodi tragici, come accade qualche volta nella vita di ognuno. In quest’occasione le detenute sono state per me un grosso punto di riferimento e la loro vicinanza è stata totale.D. Come vivi oggi, a distanza di anni, questa esperienza? Come ha influito sulla tua vita?
R. Ormai è diventato un appuntamento irrinunciabile per me. La mia vita ovviamente si è riempita di riflessioni diverse sulla reclusione, sul suo significato e soprattutto sul significato (ammesso che ne abbia uno) del ‘fine pena : mai’. Un cambiamento lo hanno avuto indirettamente anche i componenti della mia famiglia, all’inizio quasi indifferenti oggi sempre più incuriositi ed interessati.D. Se potessi intervenire, cosa cambieresti?R. Cercherei di avvicinare di più gli obiettivi che hanno gli educatori con quelli relativi alla sicurezza della polizia penitenziaria. La riabilitazione è ancora solo un miraggio nella maggior parte delle situazioni, mentre credo debba essere l’obiettivo unico di tale istituzione.
Non c’è stata possibilità di un colloquio diretto con a disposizione tutto il tempo necessario. Avrei voluto chiederle di più, chi sono, perché sono dentro, quanto devono scontare, hanno figli, dove sono questi figli, da che ambiente provengono. Le risposte mi lasciano con ancora più interrogativi di quanti ne avessi prima, ma anche per me il pensiero si ferma alle inferriate, alle sbarre: cosa prova una persona chiusa in una cella a chiave, cosa si prova quando rientra nella sua cella che viene serrata? Che senso deve avere il carcere, di protezione della società, di punizione, oppure di riabilitazione? Che succede lì dentro? Giusto lunedì scorso ho visto il film “Il profeta”, testimonianza sconcertante di quello che può accadere dentro le mura di un carcere.
Vengo a pubblicare, sentendomi addosso una sensazione che mi mette a disagio, tutto il freddo di tutto quel ferro e quelle sbarre, e il rumore sinistro delle chiavi che girano.
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